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Una bambina morta di difterite: il vero fallimento non è (solo) dei No Vax

Inviato da enzo de simone il
sala

Ci sono notizie che dovrebbero fermarci tutti per un momento, prima ancora di dividerci in schieramenti. La morte di una bambina di quattro anni a Palermo, colpita da una malattia — la difterite — che in Italia non uccideva un bambino dal 1991, è una di queste. Non è una statistica: è una vita che si poteva salvare, in un paese che dispone da decenni degli strumenti per farlo.

I genitori, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, non avevano mai vaccinato la piccola per il timore che il vaccino esavalente potesse provocare l'autismo, condizione presente in una parente. Un cuginetto di quattro anni, contagiato ma regolarmente vaccinato, è invece fuori pericolo. Questo confronto, per quanto crudo, dice più di qualsiasi discorso teorico.

Ho sempre pensato che la politica — soprattutto quando si trasforma in una forma di fede, in un sistema di credenze da difendere a prescindere dai fatti — sia pericolosa. E che la politica e la scienza debbano viaggiare su binari distinti: la prima si occupa di valori, interessi, priorità collettive; la seconda di ciò che è vero, verificabile, replicabile. Quando i due binari si intrecciano, il rischio è che le opinioni vengano trattate come dati e i dati come opinioni.

Questo non significa che la politica non abbia nulla da dire sul tema vaccini. Alcune delle critiche che arrivano dal mondo No Vax — spogliate della loro componente ideologica — toccano un nervo reale: il peso che le grandi aziende farmaceutiche esercitano sui sistemi sanitari, la loro capacità di orientare prescrizioni, prezzi, persino agende regolatorie, anche quando il farmaco non è strettamente necessario. È un tema legittimo, che riguarda concorrenza, trasparenza, indipendenza della ricerca scientifica dagli interessi commerciali. Se ne può e se ne deve discutere.

Ma da qui a concludere che i vaccini siano inutili o dannosi il passo è tutt'altro che logico: è una forzatura ideologica che usa un problema reale (i monopoli farmaceutici) per giustificare una conclusione che i dati non sostengono.

I fatti, qui, non sono opinabili. Prima dell'introduzione del vaccino antidifterico, alla fine degli anni '40, la difterite uccideva migliaia di bambini ogni anno anche nei paesi industrializzati. In Italia, grazie alla vaccinazione, i casi sono crollati fino a diventare eccezionali: tra il 1990 e il 2009 se ne sono registrati appena cinque, di cui uno solo mortale — proprio in una bambina non vaccinata, nel 1991. È bastato che la copertura vaccinale scendesse sotto la soglia di sicurezza indicata dall'OMS (il 95%, necessaria per garantire la cosiddetta immunità di gregge) perché, decenni dopo, la storia si ripetesse.

Non è un caso isolato nella storia della medicina. Quando negli anni '90 l'ex Unione Sovietica vide crollare le proprie coperture vaccinali per il collasso dei sistemi sanitari, la difterite tornò a diffondersi causando oltre 150.000 casi e circa 5.000 morti. È l'esempio più studiato — e più citato dall'OMS — di cosa succede quando una malattia "debellata" smette di essere trattata come tale.

Sul fronte specifico dell'autismo, la questione è stata chiusa da tempo sul piano scientifico: una revisione dell'OMS che ha esaminato decine di studi pubblicati nell'arco di quindici anni non ha trovato alcuna correlazione tra vaccinazioni e autismo. Non è un'opinione tra le tante: è lo stato dell'evidenza scientifica disponibile, che chiunque può verificare. Continuare a sostenere il contrario, oggi, non è scetticismo: è disinformazione che circola ancora, spesso amplificata proprio dai social network, e che in questo caso specifico ha avuto un costo che si misura in una vita umana.

Ed è qui che arrivo al punto che considero più serio, e che rischia di passare in secondo piano nell'indignazione del momento. Non credo che il problema centrale siano genitori "cattivi" o irrazionali. Il problema è un ecosistema informativo che ha reso normale scegliere le proprie fonti di verità in base all'affinità emotiva piuttosto che all'affidabilità, e che non ha mai insegnato — a livello di sistema — a distinguere una fonte scientifica da un post virale.

I social non hanno inventato la paura per i vaccini, ma l'hanno amplificata, algoritmicamente premiata, resa virale più della sua confutazione. Questo non riguarda solo la salute: si ripercuote su ogni ambito in cui l'informazione conta — dall'economia alla politica, dal clima al dibattito pubblico in generale — creando un vero e proprio handicap sociale, le cui conseguenze complessive sono ancora difficili da prevedere del tutto.

Ed è un problema che nasce da un'assenza precisa: quella di una politica pubblica seria sull'alfabetizzazione digitale e informativa. Non serve — anzi sarebbe controproducente — una politica repressiva, fatta di censura o di diffidenza generalizzata verso chi ha dubbi. Serve una politica formativa: che insegni a scuola, fin da piccoli, come si valuta una fonte; che formi gli adulti, non solo i ragazzi, a orientarsi tra informazione e disinformazione; che investa nella comunicazione scientifica pubblica con lo stesso impegno con cui si investe in altri settori strategici.

Questa politica, al momento, è colpevolmente assente. E lo è da anni, in modo trasversale, indipendentemente da chi abbia governato.

C'è un ultimo aspetto che vale la pena sollevare, senza pretendere di risolverlo qui. In Italia il vaccino antidifterico è obbligatorio per legge, eppure una bambina non è mai stata vaccinata senza che questo emergesse in tempo utile. Le coperture vaccinali, in Sicilia come in altre regioni, sono scese sotto la soglia di sicurezza del 95% raccomandata dall'OMS. Questo significa che l'obbligo formale, da solo, non basta se non è accompagnato da un sistema di monitoraggio e da una rete di comunicazione — pediatri, consultori, scuole — capace di intercettare per tempo le famiglie che si stanno allontanando dai calendari vaccinali, prima che diventi un'emergenza clinica.

Restano domande scomode, ma necessarie: quali sono i limiti della potestà genitoriale quando una scelta mette a rischio la vita di un figlio? Come si concilia il rispetto delle convinzioni personali con la tutela di un minore che non può scegliere per sé? Non sono domande che si risolvono con uno slogan, ma meritano un dibattito pubblico onesto, che tenga insieme diritti individuali e responsabilità collettiva.

La vicenda di Palermo non dovrebbe diventare solo l'ennesima occasione per gridare "avevo ragione" da una parte o dall'altra. Dovrebbe essere l'occasione per fare due cose insieme, senza confonderle: continuare a difendere con rigore i dati della scienza, che su vaccini e autismo non lasciano spazio ad ambiguità; e riconoscere, con altrettanto rigore, che senza una politica pubblica di educazione all'informazione e alle tecnologie, il terreno per la prossima disinformazione — su questo o su altri temi — resterà fertile come lo è oggi.

La scienza può fornire le prove. Ma è la comunicazione, o la sua assenza, a decidere se quelle prove arrivano davvero alle persone in tempo.