È un pensiero che mi accompagna da tempo e che considero una sorta di bussola personale. Non significa negare le differenze, né confondere i ruoli: io rimango io e l’altro rimane l’altro. Abbiamo storie, esperienze, scelte, convinzioni e percorsi differenti. Ma proprio il vissuto che ci portiamo dietro contribuisce a spiegare gran parte della distanza che apparentemente ci separa.
In questo modo di guardare alla società riconosco qualcosa della tradizione del pensiero libertario e anarchico, verso il quale sento una vicinanza ideale, pur mantenendo una netta distinzione fra la forza della teoria e i problemi della sua traduzione pratica. Ciò che soprattutto continua ad attrarmi di quel pensiero è la centralità dell’individuo, la diffidenza verso le identità imposte e il rifiuto di ridurre una persona all’appartenenza a un gruppo.
Ed è proprio per questo che osservo con crescente preoccupazione una società che sembra procedere nella direzione opposta.
Siamo sempre più portati a definirci e a definire gli altri attraverso categorie: razza, religione, sesso, orientamento sessuale, provenienza geografica, condizione economica, appartenenza politica. Queste categorie possono essere indispensabili per comprendere fenomeni sociali, discriminazioni e disuguaglianze; diventano però pericolose quando smettono di essere strumenti di analisi e diventano la definizione stessa della persona.
Una categoria può raccontare una parte della storia di qualcuno. Non può raccontare chi sia quella persona.
Eppure gran parte del confronto pubblico contemporaneo sembra funzionare esattamente al contrario. Prima collochiamo l’individuo dentro una categoria e successivamente, partendo da quella collocazione, tendiamo ad attribuirgli idee, comportamenti, responsabilità e persino caratteristiche morali.
Nascono così continuamente dei “noi” e dei “loro”.
Il fenomeno non appartiene esclusivamente a una parte politica. Cambiano le categorie, cambiano le parole e cambiano naturalmente i valori che vengono difesi, ma il meccanismo della contrapposizione può ripetersi: italiani e stranieri, uomini e donne, destra e sinistra, progressisti e conservatori, maggioranze e minoranze, élite e popolo.
È un modo estremamente efficace di comunicare perché semplifica la realtà. Ma proprio questa semplicità dovrebbe insospettirci.
La realtà sociale raramente è semplice.
Per comprenderla occorrono dati, tempo, dubbi, capacità di mettere in discussione le proprie convinzioni e, soprattutto, disponibilità a riconoscere che un problema reale può avere cause molto diverse da quelle che inizialmente immaginiamo.
Qui ritorna sorprendentemente attuale Alessandro Manzoni.
La vicenda degli untori costituisce una straordinaria rappresentazione di ciò che può accadere quando una società affronta un problema reale attraverso un modello interpretativo sbagliato.
La peste esisteva. Le persone morivano davvero. La paura aveva quindi una ragione concreta.
Era sbagliata la spiegazione.
Di fronte a qualcosa di enorme e difficile da comprendere diventava rassicurante individuare qualcuno a cui attribuirne la responsabilità. Il problema complesso acquistava finalmente un volto. Esistevano gli untori.
Ed è proprio questo il passaggio che dovrebbe interessarci ancora oggi: un problema reale non garantisce che sia corretta la spiegazione che ne diamo.
Immigrazione, violenza, disuguaglianze, discriminazioni, precarietà, trasformazioni sociali, crisi demografica e cambiamento climatico sono fenomeni concreti. Ma prima di individuare colpevoli dovremmo domandarci se abbiamo realmente compreso cause, dimensioni e relazioni fra quei fenomeni.
Perché da un’analisi sbagliata possono nascere azioni perfettamente coerenti e contemporaneamente disastrose.
È la lezione degli untori.
Oggi, invece, il dibattito pubblico sembra spesso preferire il pettegolezzo all’analisi. La dichiarazione del giorno sostituisce il ragionamento, l’episodio individuale diventa la spiegazione di un fenomeno generale, l’indignazione prende il posto della verifica e la necessità di schierarsi precede persino quella di comprendere.
Non credo sia necessario immaginare una regia che abbia progettato questa società divisa. Probabilmente siamo davanti a una convergenza di meccanismi e interessi: una politica che attraverso la contrapposizione mobilita più facilmente il consenso, un sistema dell’informazione che deve conquistare continuamente attenzione, piattaforme digitali nelle quali indignazione, paura e conflitto producono partecipazione, e infine noi stessi, che spesso troviamo molto più semplice aderire a una spiegazione immediata che affrontare la fatica dell’analisi.
Un sistema può produrre un risultato senza che qualcuno abbia progettato quel risultato.
E il risultato rischia di essere una società nella quale sembra diventato necessario dichiarare continuamente da quale parte ci troviamo.
È proprio qui che ritorno al mio punto di partenza.
L’altro sono io, con una storia e un percorso diverso.
Non significa che l’altro abbia ragione. Non significa rinunciare al conflitto delle idee, alla critica o alla responsabilità individuale. Comprendere una storia non significa giustificare ogni scelta compiuta all’interno di quella storia.
Significa qualcosa di molto più elementare: rifiutare che una categoria possa sostituire una persona.
Posso combattere un’idea senza trasformare chi la sostiene in un essere umano inferiore. Posso riconoscere una discriminazione senza pensare che quella discriminazione definisca completamente chi la subisce. Posso appartenere a una comunità senza considerare nemico chi ne rimane fuori.
La categoria può aiutarmi a comprendere una parte del vissuto dell’altro. Non può sostituire l’altro.
Forse è proprio questo che stiamo progressivamente perdendo: non semplicemente la capacità di essere d’accordo, perché una società libera vive anche di conflitti e profonde divergenze, ma la possibilità di discutere partendo dal riconoscimento di una comune condizione umana e di una realtà condivisa.
Quando quella base viene meno non discutiamo più soltanto sulle soluzioni. Cominciamo a discutere su quale realtà esista, su chi abbia diritto di raccontarla e, infine, su chi debba esserne considerato responsabile.
A quel punto la ricerca della spiegazione rischia nuovamente di trasformarsi nella ricerca del colpevole.
Manzoni ci ha raccontato dove può condurre questo meccanismo.
Gli untori appartengono al Seicento.
Il bisogno di trovarli, purtroppo, appartiene ancora a noi.