Nelle prime quattro puntate abbiamo analizzato il problema: cosa viene raccolto, come viene medicalizzata la vita normale, chi usa i nostri dati contro di noi, e come possiamo difenderci individualmente. Ma la difesa individuale non basta. Finché il modello di business delle grandi piattaforme si basa sull'estrazione e sulla monetizzazione dei dati biometrici, ogni nostra precauzione sarà solo un argine temporaneo.
Il tuo smartwatch ti notifica: "Frequenza cardiaca a riposo più alta del solito". Oppure: "Qualità del sonno: scarsa". O ancora: "Rilevata possibile fibrillazione atriale". Sono messaggi pensati per rassicurarti, per darti consapevolezza. Ma spesso producono l'effetto opposto: ansia, visite mediche non necessarie, autodiagnosi errate, e talvolta interventi sanitari dannosi.
Indossiamo un Apple Watch, un Fitbit, un Oura Ring o un anello cinese da 20 euro. Lo carichiamo ogni notte, lo laviamo sotto l'acqua, lo guardiamo decine di volte al giorno. Ci dice quante calorie abbiamo bruciato, quanto abbiamo dormito, se il nostro cuore batte regolare. Ma c'è una domanda che quasi nessuno si fa: dove vanno a finire questi dati?