C'è un momento, nella vita di ogni città, in cui il racconto che si è fatta di sé stessa smette di reggere il confronto con i fatti. Per Salerno, quel momento è arrivato, e il conto è già sul tavolo.
Per vent'anni ci hanno venduto una favola comoda: c'è un problema, arriva l'uomo forte, il problema sparisce — almeno finché dura l'inaugurazione. Fontane, luminarie, cantieri col nastro e la banda, il sindaco che "scende in strada" a fare la ronda come se governare una città fosse questione di presenza scenica. È la politica dell'orgoglio salernitano sbandierato come uno scudo, del decisionismo verticale spacciato per efficienza, del Sindaco-Sceriffo che non consulta nessuno perché ritiene, per definizione, di non doverlo fare. Una politica che si è autoproclamata "del fare" mentre evitava accuratamente l'unica cosa davvero difficile: progettare.
Sia chiaro, senza scorciatoie: questo non è un attacco al Sindaco attualmente eletto come persona. È un atto d'accusa contro un modello, un'egemonia che ha soffocato la città per un ventennio abbondante e che ha un nome e un cognome precisi, non genericamente attribuibili: Vincenzo De Luca. È lui l'architetto, il garante e il beneficiario di questo modo di intendere il potere — prima da sindaco, poi da presidente di Regione, sempre da dominus incontrastato della scena locale. Non ha semplicemente "governato in un certo modo": ha attivamente impedito che nascesse qualsiasi alternativa, blindando la politica salernitana in un sistema di fedeltà personale che non tollera contropoteri, non genera classe dirigente autonoma e non lascia spazio a nessuna progettualità che non porti la sua firma.
Il conto arriva sempre
Le spiagge chiuse e gestite nel caos della scorsa estate non sono state un incidente di percorso. Sono state la fattura, presentata tutta insieme, di anni di amministrazione per emergenze e annunci invece che per pianificazione. Un lungomare che poteva e doveva essere ripensato come progetto unitario, come un unico grande spazio pubblico lungo l'intera fascia costiera, è stato smontato pezzo per pezzo in una collezione di interventi-vetrina: fotogenici il giorno del taglio del nastro, incoerenti — quando non controproducenti — il giorno dopo.
E da lì, a cascata, tutto il resto crolla:
- un'alberatura urbana pensata a macchia di leopardo, mai come infrastruttura verde complessiva;
- servizi pubblici scadenti o assenti in interi quartieri, mentre il centro fa da vetrina;
- piste ciclabili annunciate, disegnate su carta, quasi mai realmente percorribili;
- una politica della mobilità ferma agli anni '90, che continua a rispondere con nuovi parcheggi a un problema che di posti auto non ha bisogno, mentre il trasporto pubblico resta quello di una città di provincia rassegnata a esserlo.
Presi singolarmente sembravano dettagli, distrazioni, cose "da sistemare più avanti". Messi insieme raccontano una sola verità, senza sconti: Salerno non ha una visione. E le città senza visione non falliscono all'improvviso — marciscono lentamente, un cantiere spettacolo alla volta, finché non resta più niente da inaugurare.
Il problema non è l'uomo. È il sistema che lo ha reso possibile
Sarebbe comodo, fin troppo comodo, scaricare tutto su un singolo nome. Ma la vera responsabilità è più scomoda da ammettere, ed è duplice.
Da un lato c'è una classe dirigente che ha costruito e difeso per decenni un sistema di potere personalistico, dove le decisioni si prendono in pochi uffici e si comunicano al resto della città già confezionate, senza reali momenti di partecipazione, senza consultazione, senza — soprattutto — la creazione di meccanismi decentrati attraverso cui i cittadini potessero incidere davvero sulle scelte che riguardano i loro quartieri, le loro strade, il loro futuro. Non un problema di stile comunicativo: un problema strutturale. L'assenza di questi meccanismi non è una dimenticanza, è una scelta politica precisa, perché il potere verticale sopravvive solo finché resta verticale.
Dall'altro lato, però, c'è una città che per troppo tempo ha applaudito lo spettacolo invece di chiedere il progetto. È fin troppo facile intestare tutte le colpe a De Luca, ma la disattenzione dei salernitani — l'aver preferito il taglio del nastro alla domanda scomoda "e poi?", l'aver scambiato l'attivismo vistoso per capacità di governo — è la crepa attraverso cui questo modello ha potuto radicarsi e durare.
Cosa serve, davvero
Non un nuovo Sceriffo, più gentile o meno gentile che sia. Serve un cambio di grammatica politica. Servono:
Piani, non annunci. Un Piano Urbanistico che non resti un documento in un cassetto, ma diventi lo strumento reale con cui si decide dove nasce un parco, dove passa una pista ciclabile, dove si potenzia il trasporto pubblico — prima che arrivi l'emergenza, non dopo.
Partecipazione strutturata, non consultazioni di facciata. Municipalità di quartiere con poteri reali, bilanci partecipativi, momenti di confronto pubblico che precedano le decisioni e non le seguano come semplice rendicontazione.
Visione integrata sulla mobilità. Meno asfalto per le auto, più investimento serio su bus, ciclabili vere e collegamenti efficienti tra le periferie e il centro. Una città che decide di essere pubblica, prima che privata.
Continuità di progetto oltre il singolo mandato. Il lungomare, il verde urbano, i servizi non si pianificano in vista della prossima inaugurazione: si pianificano per i prossimi vent'anni.
Una responsabilità che è anche nostra — e non ci assolve nessuno
Chiudo sul punto più scomodo, quello che nessuno vuole sentirsi dire. Aspettare che cambi un nome sulla scheda elettorale non basterà a niente, se non cambia la testa di chi vota. Finché i salernitani continueranno a scambiare l'inaugurazione per il risultato, il cantiere per la visione, la ronda del Sindaco per buon governo, ci sarà sempre un altro Sceriffo pronto a prendere il posto del precedente — con la stessa grammatica, lo stesso disprezzo per la partecipazione, gli stessi risultati.
La Salerno "del fare" ha fatto tanto e male, quasi sempre nella direzione sbagliata, e ora ne paghiamo il conto in spiagge chiuse, alberi mai piantati, autobus che non passano. Basta. Serve una Salerno "del pianificare" — e va costruita, letteralmente da zero, a partire dalla pretesa che ogni cittadino dovrebbe avere il diritto di far valere: non essere più semplici spettatori paganti del proprio futuro.