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Puntata 1.4 – Disinformazione e manipolazione politica

Inviato da tuxsa il
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«Una bugia può fare il giro del mondo mentre la verità si sta ancora allacciando le scarpe.»

Questa frase, attribuita a Mark Twain, è oggi più vera che mai. Ma non è solo questione di velocità: è questione di progettazione. I social media non si limitano ad amplificare la disinformazione: la favoriscono attivamente, perché le fake news generano più engagement delle notizie vere.

Nelle puntate precedenti abbiamo visto come gli algoritmi ci chiudano in bolle e amplifichino la polarizzazione. Ora esploriamo il passo successivo: come queste dinamiche vengono sfruttate per manipolare l'opinione pubblica, influenzare elezioni, diffondere teorie del complotto e minare la fiducia nelle istituzioni democratiche.

Dalla Brexit a Cambridge Analytica, dalle elezioni USA del 2016 alla pandemia di COVID-19, la disinformazione sui social ha avuto conseguenze reali e misurabili. In questa puntata analizziamo i meccanismi, i casi concreti e le responsabilità delle piattaforme.

Fake news: perché si diffondono più delle notizie vere

Nel 2018, un team di ricercatori del MIT ha pubblicato uno studio destinato a diventare un punto di riferimento: "The spread of true and false news online", pubblicato su Science. I ricercatori hanno analizzato la diffusione di 126.000 notizie su Twitter tra il 2006 e il 2017, classificandole come vere o false attraverso sei organizzazioni di fact-checking indipendenti.

Il risultato è stato inequivocabile:

  • Le fake news si diffondevano molto più velocemente delle notizie vere.

  • Avevano il 70% di probabilità in più di essere ritwittate.

  • Raggiungevano un numero molto maggiore di persone in meno tempo.

Perché? La risposta sta nella psicologia umana e nel design delle piattaforme. Le fake news sono spesso più sorprendenti, più scandalose, più emotivamente cariche delle notizie vere. Suscitano rabbia, paura, indignazione – emozioni che spingono a condividere. E l'algoritmo, premiando l'engagement, amplifica proprio quei contenuti.

La novità è un fattore chiave. Uno dei ricercatori, il professor Sinan Aral, ha spiegato: «Le fake news sono più nuove delle notizie vere. Le persone sono più propense a condividere informazioni che non hanno mai sentito prima, anche se sono false. La novità cattura l'attenzione, e l'attenzione è la valuta dei social media».

Caso concreto: la bufala del Papa che appoggia Trump. Durante le elezioni USA 2016, una notizia falsa sosteneva che Papa Francesco avesse appoggiato Donald Trump. La notizia era completamente inventata, ma divenne virale su Facebook, ottenendo oltre un milione di interazioni. La smentita, pubblicata dai fact-checker, raggiunse una frazione di quel pubblico. L'algoritmo di Facebook aveva già premiato la bufala con visibilità, e la correzione non riuscì a recuperare il terreno perso.

Cambridge Analytica: la manipolazione su scala industriale

Il caso più celebre e inquietante di manipolazione politica attraverso i social è quello di Cambridge Analytica, una società di consulenza politica e comunicazione strategica.

Nel 2018, il Guardian e il New York Times rivelarono che Cambridge Analytica aveva raccolto i dati personali di 87 milioni di utenti Facebook senza il loro consenso. I dati erano stati ottenuti attraverso un'applicazione apparentemente innocua (This Is Your Digital Life), che raccoglieva non solo i dati degli utenti che la installavano, ma anche quelli di tutti i loro amici.

Con questi dati, Cambridge Analytica aveva costruito profili psicometrici dettagliati degli elettori, utilizzandoli per inviare messaggi politici estremamente personalizzati durante la campagna elettorale di Donald Trump nel 2016.

Come funzionava? La società applicava il modello OCEAN (i "Big Five" della psicologia: Apertura, Coscienziosità, Estroversione, Amabilità, Nevroticismo) a ciascun elettore. Sapevano, ad esempio, se una persona era più sensibile alla paura o all'orgoglio, se reagiva meglio a messaggi razionali o emotivi. A ogni profilo corrispondeva un messaggio pubblicitario diverso, creato per massimizzare l'impatto psicologico.

Non era propaganda di massa: era micro-targeting su scala industriale. Un elettore in Ohio poteva vedere un annuncio completamente diverso da quello visto dal suo vicino di casa, entrambi calibrati sulle rispettive vulnerabilità psicologiche.

Le conseguenze: Cambridge Analytica ha contribuito a polarizzare ulteriormente l'elettorato americano, amplificando la sfiducia nelle istituzioni e alimentando la disinformazione. La vicenda ha portato a udienze parlamentari in USA e Regno Unito, a multe miliardarie per Facebook (5 miliardi di dollari dalla FTC) e a un dibattito globale sulla privacy e la regolamentazione dei dati.

Brexit: la disinformazione come arma referendaria

Il referendum sulla Brexit del 2016 è un altro caso emblematico di manipolazione politica attraverso i social media. Le campagne per l'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea hanno fatto ampio uso di disinformazione, spesso veicolata da account automatizzati (bot) e pagine Facebook non trasparenti.

Caso concreto: il bus dell'NK. La più famosa fake news della campagna Brexit è stata quella del bus rosso di Vote Leave, che riportava la scritta: «We send the EU £350 million a week – let's fund our NHS instead» (Inviiamo all'UE 350 milioni di sterline a settimana – finanziiamo invece il nostro sistema sanitario). La cifra era falsa (non teneva conto dello sconto britannico e dei fondi che il Regno Unito riceveva dall'UE), ma l'immagine del bus è diventata virale sui social, raggiungendo milioni di persone.

Caso concreto: i bot e i troll. Uno studio dell'Università di Oxford ha stimato che durante la campagna referendaria, il 30% dei tweet politici proveniva da account automatizzati (bot). Questi account amplificavano messaggi di entrambi gli schieramenti, ma soprattutto quelli della campagna per il Leave, creando l'illusione di un consenso popolare diffuso.

Il ruolo di Facebook. Un'indagine del Channel 4 News ha rivelato che Facebook aveva permesso alla campagna Vote Leave di aggirare le proprie regole pubblicitarie, spendendo oltre 1 milione di sterline in annunci non dichiarati. La piattaforma ha poi ammesso le violazioni e pagato una multa, ma il danno era stato fatto.

La disinformazione durante la pandemia: un caso di vita o di morte

La pandemia di COVID-19 ha mostrato in modo drammatico le conseguenze letali della disinformazione sanitaria sui social media.

Durante i primi mesi della pandemia, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha parlato di "infodemia": un'epidemia di informazioni false, spesso più virale del virus stesso. Su Facebook, YouTube, WhatsApp e Twitter circolavano teorie del complotto (il virus è stato creato in laboratorio, è un'arma biologica), falsi rimedi (bere acqua calda, assumere clorochina, iniettarsi candeggina) e negazionismo scientifico.

Caso concreto: la "cura" alla candeggina. Un video virale su Facebook, successivamente rimosso, promuoveva l'ingestione di candeggina come cura per il COVID-19. Decine di persone hanno seguito il consiglio, con conseguenze letali. In alcuni paesi, i governi hanno dovuto lanciare campagne di contro-informazione per contrastare le bufale.

Caso concreto: il movimento No-Vax. I social media sono stati il principale veicolo di diffusione delle teorie No-Vax. I gruppi Facebook e i canali Telegram dedicati hanno radunato milioni di persone, condividendo disinformazione sui vaccini e amplificando la paura. Anche dopo la rimozione di alcuni gruppi da parte delle piattaforme, la disinformazione ha continuato a circolare attraverso account privati e chat criptate, più difficili da moderare.

Il ruolo delle piattaforme. Durante la pandemia, Facebook, YouTube e Twitter hanno adottato misure senza precedenti:  etichettatura dei contenuti falsi, rimozione di post pericolosi, blocco di account che diffondevano disinformazione sanitaria. Ma queste misure sono arrivate in ritardo e sono state applicate in modo incoerente. Uno studio del Center for Countering Digital Hate ha rilevato che il 73% della disinformazione anti-vaccino su Facebook era ancora visibile mesi dopo essere stata segnalata.

La pandemia ha dimostrato che la disinformazione non è solo un problema di "qualità dell'informazione": è una minaccia per la salute pubblica. E che le piattaforme, nonostante le promesse, non sono in grado (o non vogliono) affrontarla in modo sistemico.

Teorie del complotto: il terreno fertile della sfiducia

Le teorie del complotto non sono un fenomeno nuovo, ma i social media le hanno amplificate e accelerate in modo senza precedenti. Piattaforme come YouTube, Facebook e Telegram sono diventate il veicolo principale per la diffusione di teorie come il QAnon, il terrapiattismo, la negazione del cambiamento climatico e leorie sulle scie chimiche.

Perché le teorie del complotto prosperano sui social? I motivi sonoplici:

  • Algoritmi che premiano lremo – Come abbiamo visto, i contenuti più estremi generano più engagement. Le teorie del complotto sono intrinsecamente più "sorprendenti" e "scandalose" delle spiegazioni ufficiali.

  • Camere d'eco – All'interno di gruppi chiusi e pagine dedicate, i seguaci si rafforzano a vicenda, creando un ambiente in cui il dubbio viene visto come tradimento.

  • Monetizzazione – Molti creatori di contenuti guadagnano dalla diffusione di teorie del complotto, attraverso pubblicità, donazioni e vendita di prodotti.

  • Sfiducia istituzionale – Le teorie del complotto si nutrono della sfiducia verso i media tradizionali, i governi e le istituzioni scientifiche. I social media amplificano questa sfiducia, mostrando solo contenuti che la confermano.

Caso concreto: QAnon. Nato nel 2017 su forum anonimi come 4chan e 8chan, QAnon è diventato un movimento globale grazie alla diffusione su Facebook, YouTube e Twitter. La teoria sostiene l'esistenza di un "deep state" che combatte contro Donald Trump e un giro di pedofilia che coinvolge politici democratici e celebrità di Hollywood. Nonostante l'assurdità della teoria, QAnon ha radunato milioni di seguaci, alcuni dei quali hanno compiuto atti violenti (come l'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021). Facebook ha rimosso oltre 5.000 pagine e gruppi legati a QAnon, ma solo dopo che il movimento era già diventato una minaccia concreta.

La manipolazione elettorale: un fenomeno globale

La disinformazione politica non riguarda solo gli Stati Uniti e il Regno Unito. È un fenomeno globale, che ha influenzato elezioni in decine di paesi.

Caso concreto: le elezioni in Brasile (2018). Durante la campagna elettorale che ha portato all'elezione di Jair Bolsonaro, WhatsApp è stato il principale veicolo di disinformazione. Gruppi chiusi e catene di messaggi hanno diffuso notizie false contro il candidato avversario Fernando Haddad, spesso con contenuti violenti e sessualmente espliciti. Uno studio della Folha de S.Paulo ha rivelato che aziende private avevano finanziato campagne di spam su WhatsApp, inviando milioni di messaggi falsi a elettori indecisi.

Caso concreto: le elezioni in India (2019). Anche in India, WhatsApp è stato utilizzato per diffondere disinformazione durante le elezioni. Video falsi, immagini manipolate e messaggi incitanti all'odio hanno circolato in modo masscio, spesso in lingue locali difficili da moderare per le piattaforme. Il governo indiano ha accusato WhatsApp di non fare abbastanza per contrastare il fenomeno.

Caso concreto: le elezioni in Italia (2018 e 2022). Anche l'Italia non è immune. Durante le campagne elettorali del 2018 e del 2022, sono state documentate campagne di disinformazione su Facebook e Telegram, spesso mirate a diffondere sfiducia verso le istituzioni europee e a polarizzare il dibattito su immigrazione e sicurezza.

La responsabilità delle piattaforme: tra negligenza e complicità

Di fronte a queste evidenze, la domanda sorge spontanea: le piattaforme sono solo negligenti, o sono complici?

La risposta è complessa. Da un lato, le piattaforme hanno interesse a contrastare la disinformazione più estrema (quella che minaccia la loro reputazione e attira l'attenzione dei regolatori). Dall'altro, il loro modello di business si basa sull'engagement, e la disinformazione genera engagement più della verità.

Come ha dichiarato Frances Haugen, la whistleblower di Facebook che ha rivelato i documenti interni dell'azienda: «Facebook sa che i suoi algoritmi amplificano la disinformazione e l'odio. Ma ogni volta che cerca di intervenire, si scontra con il proprio modello di business: ridurre la disinformazione significa ridurre l'engagement, e ridurre l'engagement significa ridurre i profitti».

Le misure adottate dalle piattaforme:

  • Fact-checking – Facebook, Instagram e Twitter collaborano con organizzazioni di fact-checking indipendenti per etichettare i contenuti falsi. Ma l'efficacia è limitata: le etichette vengono spesso ignorate, e i contenuti rimangono visibili.

  • Rimozione dei contenuti – Le piattaforme rimuovono i contenuti che violano le loro policy (es. disinformazione sanitaria pericolosa). Ma la moderazione è lenta, incoerente e spesso affidata a sistemi automatici che commettono errori.

  • Deplatforming – La rimozione di account e pagine che diffondono sistematicamente disinformazione (es. QAnon, Alex Jones). Misura efficace ma controversa, perché solleva questioni di libertà di espressione.

  • Trasparenza pubblicitaria – Facebook e Google hanno introdotto archivi pubblicitari che mostrano chi paga per gli annunci politici. Ma i dati sono spesso incompleti e difficili da analizzare.

Il problema di fondo: tutte queste misure sono reattive, non preventive. Le piattaforme intervengono dopo che il danno è stato fatto, non prima. E il loro modello di business rimane invariato.

Cosa possiamo fare?

Anche in questo caso, la consapevolezza è il primo passo. Ma servono anche azioni concrete, sia individuali che collettive.

A livello individuale:

  • Verificare prima di condividere – Prima di condividere una notizia che suscita indignazione, fermarsi e verificare la fonte. Usare siti di fact-checking come Facta.news, Pagella Politica, Snopes, Reuters Fact Check.

  • Diversificare le fonti – Non affidarsi a un solo social o a un solo canale di informazione. Leggere giornali con orientamenti diversi.

  • Diffidare delle emozioni forti – Le fake news sono progettate per suscitare rabbia, paura, indignazione. Se una notizia vi fa arrabbiare molto, fermatevi e verificate.

  • Non alimentare i troll – Non rispondere a commenti provocatori o disinformativi. L'engagement (anche negativo) amplifica la visibilità.

A livello collettivo:

  • Sostenere il fact-checking indipendente – Le organizzazioni di fact-checking hanno bisogno di risorse per fare il loro lavoro.

  • Chiedere regolamentazione – Sostenere leggi come il Digital Services Act (DSA) europeo, che impongono alle piattaforme trasparenza e responsabilità.

  • Educazione digitale – Insegnare a scuola come riconoscere le fake news, come funzionano gli algoritmi, come protegg la propria privacy.

  • Scegliere piattaforme alternative – Come vedremo nella puntata 1.7, esistono social network decentralizzati che non si basano sulla pubblicità e non hanno algoritmi che amplificano la disinformazione.


Anticipazione della prossima puntata

La disinformazione e la manipolazione politica hanno un impatto profondo sulla nostra psiche. Ma c'è un effetto ancora più diretto e personale: 

l'impatto sulla salute mentale. Nella Puntata 1.5 esploreremo come i social media influenzano ansia, depressione, autostima e immagine corporea, con un focus particolare sugli adolescenti e sul fenomeno del confronto sociale tossico.


Prossimamente: Puntata 1.5 – Salute mentale: ansia, depressione, confronto sociale


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