Esiste una forma di dipendenza silenziosa che rischia di bloccare l'Italia: quella tecnologica. Tra il 70% e il 90% delle infrastrutture digitali del nostro Stato - dai computer dei ministeri ai sistemi informatici della Pubblica Amministrazione - poggia su software proprietario controllato da giganti tecnologici extra-europei. Un monopolio di fatto che espone il Paese a rischi geopolitici, potenziali blackout informatici e alla perdita di controllo sui dati sensibili di milioni di cittadini.
Per spezzare questo legame, l'associazione Consumerismo No Profit ha presentato alla Camera dei Deputati una mobilitazione nazionale per imporre l'adozione del software libero (open source) nelle istituzioni.
L'iniziativa non nasce da un partito politico, ma da un think tank indipendente di tutela dei consumatori. Consumerismo No Profit si muove fuori dagli schemi tradizionali della protesta: non riceve fondi pubblici per preservare la propria autonomia e rifiuta l'approccio assistenziale. Si ispira piuttosto all'economia comportamentale e promuove un mercato trasparente e competitivo.
Proprio questa sua natura pragmatica ha permesso all'associazione di dialogare in modo trasversale con la politica italiana, unendo istanze storicamente divise.
"Oggi la sovranità di uno Stato non si misura solo dai confini fisici, ma dalle infrastrutture digitali che controlla" — Luigi Gabriele, Presidente di Consumerismo No Profit
Se in Italia il dibattito è appena iniziato, in Europa c'è chi ha già dimostrato che la transizione è possibile e conveniente. La regione tedesca dello Schleswig-Holstein è diventata il faro dell'open source europeo completando una migrazione massiccia:
44.000 caselle di posta della PA trasferite su soluzioni aperte (come Thunderbird).
L'80% degli uffici ha abbandonato Microsoft Office in favore di LibreOffice.
Tutti i laptop istituzionali stanno passando progressivamente a sistemi operativi Linux.
Il risultato economico? La regione ha risparmiato 15 milioni di euro di sole licenze commerciali. Di questi, 9 milioni sono stati immediatamente reinvestiti per finanziare lo sviluppo e il supporto dell'ecosistema open source sul territorio, creando lavoro e competenze locali.
L'obiettivo di questa mobilitazione è spingere il Governo ad applicare con rigore le norme che in realtà l'Italia possiede già (come il Codice dell'Amministrazione Digitale), che sulla carta darebbero già la preferenza alle soluzioni aperte e riutilizzabili, ma che finora sono rimaste in gran parte lettera morta.
Passare al software libero non è più solo una questione per "addetti ai lavori" o appassionati di informatica: è una strategia economica e politica per garantire che i dati degli italiani restino in Italia e che le risorse pubbliche vengano spese per creare valore sul territorio, anziché per pagare licenze miliardarie all'estero.