Il 31 luglio 2026 il governo italiano ha sospeso, con effetto dal 1° agosto e per la durata di un mese, il regime di libera circolazione previsto da Schengen nei collegamenti aerei e marittimi con la Spagna. La motivazione ufficiale, affidata a una nota del Viminale dopo la riunione del Comitato Analisi sull'Immigrazione e Sicurezza delle Frontiere presieduto dal ministro Piantedosi, parla di "acquisizioni informative" e del timore che si apra una rotta migratoria verso l'Italia in seguito alla crisi di Ceuta, dove nelle ultime ore sono arrivate — secondo le stime, ancora ballerine — tra le 50.000 e le 60.000 persone.
Sul piano tecnico, la misura è quasi simbolica: Italia e Spagna non condividono un confine terrestre, quindi in concreto si traduce nel ripristino dei controlli documentali su navi e aerei in arrivo dalla penisola iberica, con l'assicurazione del governo che l'impatto sul turismo sarà limitato e che le verifiche riguarderanno solo cittadini extraeuropei. Sul piano politico e diplomatico, invece, è tutt'altro che simbolica: ha già prodotto la convocazione dell'ambasciatore italiano a Madrid e un botta e risposta pubblico tra Giorgia Meloni e Pedro Sánchez, che ha ricordato come la crisi di Ceuta non abbia nulla a che vedere con le politiche migratorie spagnole, ma sia stata innescata da una sentenza della Corte Suprema, "strumentalizzata dalle mafie e dalle organizzazioni criminali".
Vale la pena dirlo con chiarezza: è la prima volta in quarant'anni che un paese membro sospende Schengen contro un altro Stato membro, non contro un paese terzo. Non è una clausola mai attivata per caso.
Una minaccia che non c'è
Il punto debole della misura è già nella sua premessa. Ceuta è un'enclave spagnola in territorio marocchino, non collegata all'Italia da alcuna rotta terrestre o marittima diretta di massa. Le persone arrivate in questi giorni sono entrate in Spagna attraverso un confine di pochi chilometri con il Marocco — non hanno raggiunto l'Italia, non hanno intenzione dichiarata di farlo, e la Spagna applica già, per l'enclave, un regime di controllo documentale rafforzato per chiunque voglia proseguire verso il continente europeo. In altre parole: il "rischio" che l'Italia dice di voler prevenire riguarda un ipotetico effetto domino di là da venire, non un flusso già in corso verso il nostro territorio.
Non è un dettaglio tecnico: è la differenza tra una misura di sicurezza fondata su un'analisi di rischio concreta e una misura fondata sull'ansia da titolo di giornale. E infatti, secondo quanto trapelato da fonti UE, il Viminale non aveva ancora nemmeno formalmente notificato la sospensione alla Commissione europea nelle ore successive all'annuncio — un dettaglio procedurale che la dice lunga sulla differenza tra il tempo della comunicazione politica e il tempo delle procedure previste dal diritto europeo.
Le cause che restano intatte
Nelle settimane scorse abbiamo provato a scomporre perché ogni anno decine di migliaia di persone lasciano il proprio paese per tentare l'attraversamento irregolare verso l'Europa. Nessuno di quei fattori — povertà relativa, pressione demografica giovanile, conflitti, cattiva governance, cambiamento climatico, reti diasporiche già radicate in Europa — viene minimamente scalfito dalla chiusura di una frontiera aerea tra Italia e Spagna per trenta giorni. È una misura che agisce sul sintomo più visibile e mediatico (il varco di frontiera) lasciando completamente intatta la causa strutturale (perché quelle persone si mettono in viaggio).
Lo stesso vale per l'infrastruttura che rende il viaggio fisicamente possibile: le reti di trafficanti. Qui la contraddizione è ancora più stridente, perché — come abbiamo visto — l'Unione Europea ha investito risorse reali e recenti proprio in questa direzione: il Regolamento 2025/2611, l'istituzione a marzo 2026 del Centro europeo di Europol contro il traffico di migranti (ECAMS), l'accordo Frontex-Europol firmato a Dublino appena due settimane fa, le operazioni coordinate che nel 2026 hanno già portato a decine di arresti tra Spagna, Balcani e Manica. È un lavoro lento, poco fotogenico, che richiede cooperazione internazionale — esattamente l'opposto di quello che si costruisce sospendendo un trattato con un alleato UE nel giro di 48 ore per rispondere a un titolo di giornale.
Il costo di una misura-annuncio
Qui sta il cuore del problema, ed è un problema di metodo prima ancora che di merito. Una misura di sicurezza seria dovrebbe rispondere a tre domande: risolve il problema che dichiara di affrontare? È proporzionata al rischio reale? Ha un costo accettabile rispetto al beneficio atteso? Su tutti e tre i piani, la sospensione di Schengen con la Spagna sembra fallire:
- Non risolve nulla, perché non incide su nessuna delle cause strutturali della migrazione né sull'infrastruttura del traffico di esseri umani, e nemmeno intercetta un flusso reale verso l'Italia che, allo stato attuale, semplicemente non esiste.
- Non è proporzionata, perché sospende un pilastro dell'integrazione europea — la libera circolazione, conquista concreta di decenni di costruzione comunitaria — per un rischio ipotetico riguardante un'enclave a duemila chilometri di distanza dai nostri confini.
- Ha un costo diplomatico reale, aprendo una crisi bilaterale con un partner UE proprio nel momento in cui quel partner affronta un'emergenza umanitaria interna, e un costo di credibilità istituzionale, offrendo un precedente pericoloso: se ogni Stato membro può sospendere Schengen contro un altro Stato membro sulla base di un'emergenza altrui, l'intero impianto dello spazio di libera circolazione europeo diventa fragile per definizione.
Una critica, non un'assoluzione delle alternative
Dire che questa misura è inefficace non significa sostenere che la gestione dei flussi migratori sia un problema semplice, né che l'attuale approccio europeo — quello fatto di intelligence, cooperazione giudiziaria e accordi con i paesi di origine — sia già sufficiente o esente da critiche. Chi difende misure come questa sospensione può obiettivamente sostenere che si tratti di uno strumento di deterrenza preventiva legittimo, previsto dallo stesso Codice Schengen "in caso di minaccia grave per l'ordine pubblico", e che la rapidità di risposta sia essa stessa un valore politico, non un difetto, di fronte a una crisi che si muove più in fretta delle procedure di Bruxelles. È un argomento che merita di essere riportato, anche se chi scrive non lo trova convincente alla luce dei fatti sopra esposti.
Quello a cui assistiamo non è una risposta a un'emergenza di sicurezza nazionale, ma una risposta a un'emergenza di consenso interno innescata da immagini — quelle di Ceuta — che non riguardano il nostro territorio. È la logica dell'annuncio che sostituisce la logica della programmazione: gesti immediati, visibili, a costo diplomatico ed europeo alto, contro un rischio che gli stessi organi tecnici europei non hanno ancora riconosciuto come tale. Nel frattempo, l'unica cosa che continua silenziosamente a funzionare — il lavoro di intelligence e cooperazione giudiziaria contro le reti di trafficanti — resta sottofinanziato rispetto alla sua importanza, e sistematicamente meno fotografato rispetto a un cancello di frontiera che si chiude in diretta.