Salerno possiede uno dei patrimoni storici e culturali più importanti del Mezzogiorno. Monumenti, musei, archivi, biblioteche, itinerari, luoghi della Scuola Medica Salernitana, complessi religiosi, siti archeologici e architetture contemporanee raccontano una città che attraversa oltre duemila anni di storia. Eppure, se oggi un cittadino, un ricercatore, uno sviluppatore o un turista volessero accedere in maniera semplice, organica e riutilizzabile ai dati relativi a questo patrimonio, si troverebbero davanti a un sistema frammentato, distribuito tra numerosi portali e privo di una vera regia cittadina.
Negli ultimi anni molto è stato fatto sul fronte della digitalizzazione del patrimonio culturale. Sarebbe ingeneroso non riconoscerlo. Il Comune di Salerno ha realizzato il nuovo Portale della Cultura, la Regione Campania ha costruito un articolato Ecosistema Digitale della Cultura, il Ministero della Cultura mette a disposizione il Catalogo Generale dei Beni Culturali e numerosi archivi, biblioteche e istituzioni hanno progressivamente digitalizzato una parte consistente delle proprie collezioni.
Chi svolge una ricerca approfondita scopre infatti che informazioni su Salerno sono presenti in molte banche dati diverse: nei sistemi regionali dedicati ai luoghi della cultura, negli archivi bibliografici, nel Sistema Archivistico Campano, nel Catalogo nazionale dei beni culturali, negli archivi dello Stato, nei portali dedicati agli itinerari e persino nei sistemi Linked Open Data sviluppati a livello nazionale.
Il problema, quindi, non è l'assenza delle informazioni.
Il problema è che queste informazioni vivono quasi sempre in ecosistemi separati, costruiti con finalità differenti, utilizzando strumenti diversi e modalità di accesso che raramente dialogano tra loro.
Per comprendere questa situazione basta porsi una domanda molto semplice.
Un turista che decide di visitare Salerno e desidera conoscere tutti i monumenti, i musei, le chiese storiche, gli archivi visitabili, i percorsi culturali, le opere d'arte pubbliche, gli edifici storici e gli eventi presenti durante il proprio soggiorno, dove dovrebbe cercare?
La risposta, oggi, è tutt'altro che semplice.
Dovrebbe consultare il sito del Comune, il Portale della Cultura, i portali della Regione Campania, il Catalogo del Ministero della Cultura, i siti dei musei, delle biblioteche, degli archivi, delle fondazioni e delle singole istituzioni.
Nessuno di questi strumenti è sbagliato.
Il problema è che non esiste una visione unitaria.
Ed è proprio questa frammentazione a limitare il valore della digitalizzazione già realizzata.
Una città che punta con decisione sul turismo culturale non può limitarsi ad avere molte informazioni distribuite in molti portali.
Deve possedere una vera infrastruttura pubblica dei dati culturali.
La differenza è sostanziale.
Un portale racconta.
Un Open Data permette di costruire.
Con dati aperti e ben organizzati possono nascere applicazioni mobili, mappe interattive, itinerari personalizzati, pannelli informativi, servizi per persone con disabilità, strumenti didattici, guide digitali, sistemi di realtà aumentata, percorsi tematici dedicati alle famiglie, agli studenti, ai ricercatori o ai visitatori stranieri.
Possono nascere servizi che oggi nessuno immagina ancora.
Quando invece le informazioni rimangono chiuse all'interno di pagine web, PDF o archivi consultabili soltanto manualmente, il loro potenziale si riduce enormemente.
Ed è qui che entra in gioco il vero significato degli Open Data.
Troppo spesso si pensa che pubblicare Open Data significhi semplicemente mettere online alcuni file CSV.
Non è così.
Gli Open Data rappresentano una scelta culturale e amministrativa.
Significa riconoscere che le informazioni prodotte con risorse pubbliche costituiscono un patrimonio comune che, quando non esistono motivi giuridici o di sicurezza che ne impediscano la diffusione, deve poter essere riutilizzato da cittadini, università, associazioni, imprese, giornalisti, sviluppatori e ricercatori.
Il patrimonio culturale è probabilmente uno degli ambiti nei quali questo principio può produrre i risultati più interessanti.
Pensiamo soltanto alle possibilità offerte da un catalogo unico dei beni culturali di Salerno.
Ogni monumento potrebbe essere identificato con un codice univoco, descritto attraverso metadati standardizzati, georeferenziato, corredato da immagini, informazioni storiche, stato di accessibilità, collegamenti bibliografici, orari di visita, eventuali eventi collegati e riferimenti agli archivi regionali e nazionali.
Un unico dato potrebbe essere riutilizzato contemporaneamente dal sito del Comune, dalle applicazioni turistiche, dai musei, dagli operatori culturali, dagli alberghi, dalle guide turistiche, dalle scuole e dagli sviluppatori indipendenti.
Il vantaggio non sarebbe soltanto tecnologico.
Sarebbe soprattutto economico e culturale.
Ogni informazione verrebbe aggiornata una sola volta e riutilizzata automaticamente da tutti i servizi collegati.
Si eviterebbero duplicazioni, incoerenze e informazioni obsolete.
Il turista troverebbe dati affidabili.
Il cittadino avrebbe strumenti migliori per conoscere la propria città.
Le imprese potrebbero sviluppare nuovi servizi.
Le università potrebbero realizzare attività di ricerca.
Le associazioni culturali potrebbero costruire progetti innovativi senza dover ricominciare ogni volta da zero.
Ma esiste un secondo aspetto che riteniamo altrettanto importante.
Una strategia di questo tipo dovrebbe nascere direttamente a Salerno e fondarsi su tecnologie aperte, standard internazionali e software libero.
La distinzione non è soltanto terminologica.
Un dato può essere aperto, ma gestito attraverso piattaforme proprietarie che limitano la trasparenza, l'interoperabilità o l'autonomia dell'amministrazione.
Una città che investe realmente nella trasformazione digitale dovrebbe invece costruire la propria infrastruttura utilizzando standard aperti, formati documentati e software libero, favorendo la massima indipendenza tecnologica, la possibilità di verifica del codice, il riuso da parte di altre amministrazioni e la crescita di competenze locali.
Questo rappresenta anche uno degli obiettivi che il Collettivo Tuxsa considera prioritari: promuovere una cultura digitale nella quale Open Data, Open Standard e Software Libero costituiscano parti dello stesso ecosistema e non iniziative separate.
L'obiettivo non è soltanto pubblicare dati.
L'obiettivo è costruire una città nella quale il patrimonio informativo diventi una vera infrastruttura pubblica, stabile, aperta e condivisa.
Salerno possiede tutte le condizioni per avviare un progetto di questo tipo.
Dispone di un patrimonio culturale straordinario.
Esistono già numerose banche dati regionali e nazionali.
Sono presenti università, associazioni, professionisti, sviluppatori e comunità che potrebbero contribuire concretamente alla progettazione del sistema.
Manca soprattutto una regia cittadina capace di mettere insieme ciò che oggi è distribuito in tanti contenitori diversi.
Non si tratta di sostituire i portali esistenti.
Al contrario.
L'obiettivo dovrebbe essere quello di integrarli, renderli interoperabili e costruire un'infrastruttura comune che permetta ai dati di dialogare tra loro.
È questa la differenza tra digitalizzare documenti e costruire una città realmente digitale.
Per questo motivo il Collettivo TUXSA apre oggi una riflessione che non vuole limitarsi alla critica dell'esistente.
Nei prossimi articoli presenteremo infatti una proposta concreta per la realizzazione di un Sistema Open Data del Patrimonio Culturale di Salerno, basato su software libero, standard aperti e interoperabilità, capace di valorizzare il patrimonio storico, artistico e culturale della città e di trasformarlo in una risorsa stabile per cittadini, scuole, operatori culturali, ricercatori, imprese e turismo.
L'obiettivo non sarà immaginare una piattaforma astratta, ma delineare un progetto realisticamente realizzabile, costruito sulle tecnologie oggi disponibili e coerente con una moderna strategia di Smart City.
Perché il patrimonio culturale non rappresenta soltanto la memoria di una città.
Nell'era digitale rappresenta anche uno dei suoi dati più preziosi.
E un dato pubblico, quando viene organizzato, aperto e reso realmente riutilizzabile, può diventare uno dei più importanti strumenti di sviluppo culturale, economico e turistico.