Salta al contenuto principale

La Serie C tra business e merito: è arrivato il momento di scegliere

Inviato da enzo de simone il
Salernitana

Premessa doverosa. Quella che segue non è una proposta del Collettivo TUXSA, ma una riflessione personale. Nasce dalla mia passione per il calcio, dal mio essere tifoso della Salernitana e, soprattutto, dall'osservazione di un campionato che negli ultimi anni mi ha lasciato sempre più dubbi.

Non è una questione legata al destino di una singola squadra. Se domani la Salernitana giocasse in Serie A, continuerei a pensare esattamente le stesse cose. Perché il problema, a mio avviso, non riguarda una società, ma il modello con cui è costruita oggi la Serie C.

Ogni estate assistiamo allo stesso copione. Iscrizioni incerte, ricorsi, esclusioni, fallimenti, ripescaggi, modifiche agli organici, società che scompaiono e altre che vengono ammesse all'ultimo momento. Ogni anno si parla di emergenza, come se fosse un evento imprevedibile. Eppure, quando la stessa situazione si ripete con tale frequenza, forse non siamo più di fronte a un'emergenza, ma a un sistema che mostra limiti strutturali.

A questo si aggiunge un altro elemento che mi convince sempre meno: il peso sempre maggiore attribuito ai playoff.

Ho l'impressione che la Serie C sia stata progressivamente costruita attorno a un principio molto semplice: mantenere il maggior numero possibile di squadre in corsa fino all'ultima giornata.

Da un punto di vista economico e mediatico è una scelta comprensibile. Più squadre coinvolte significano più interesse, più pubblico, più partite che contano, maggiori ricavi e un prodotto più appetibile. Ma una domanda credo sia legittima. È questa la funzione di un campionato?

Uno sport dovrebbe costruire il proprio modello economico attorno al merito sportivo oppure adattare il merito sportivo alle esigenze del modello economico? Perché il rischio è evidente: quando quasi tutti possono continuare a sperare fino alla fine, la stagione regolare perde progressivamente valore.

Quaranta partite dovrebbero servire a stabilire chi è stato realmente il migliore. Invece spesso sembrano soltanto il lungo prologo di una serie di spareggi. Io credo che questo finisca per penalizzare proprio ciò che lo sport dovrebbe premiare: la continuità, la programmazione e il merito costruito nell'arco di un'intera stagione.

Oggi la Serie C appare sospesa tra identità differenti. È formalmente professionistica, ma molte società faticano a sostenere i costi del professionismo. Dovrebbe valorizzare i giovani, ma spesso è costretta a inseguire risultati immediati. Vorrebbe rappresentare il ponte verso la Serie B, ma ogni anno deve prima di tutto sopravvivere ai propri problemi economici. Forse è arrivato il momento di darle un'identità più chiara.

La mia proposta è semplice.

Serie A e Serie B devono rimanere campionati professionistici.

La Serie C dovrebbe invece diventare un campionato semiprofessionistico moderno, sostenibile e fortemente legato ai territori.

Non sarebbe un declassamento. Sarebbe il riconoscimento di una realtà economica che oggi tutti conoscono ma che nessuno sembra voler affrontare fino in fondo.

Non condivido l'attuale divisione in tre gironi territoriali. La terza serie dovrebbe tornare a essere un campionato nazionale. Non necessariamente attraverso un girone unico, che rischierebbe di essere troppo oneroso dal punto di vista logistico, ma con due gironi nazionali costruiti secondo criteri equilibrati e non semplicemente geografici.

Anche il numero delle società dovrebbe diminuire. Meno squadre significherebbero maggiore qualità tecnica, maggiore sostenibilità economica e controlli più rigorosi.

La parte della riforma a cui tengo di più riguarda il sistema delle promozioni. Le prime due classificate di ciascun girone nazionale dovrebbero ottenere automaticamente la promozione in Serie B. Quattro promozioni conquistate esclusivamente attraverso il rendimento nell'arco dell'intera stagione. Le terze classificate dei due gironi disputerebbero invece uno spareggio. La vincente affronterebbe la quintultima classificata della Serie B. Quindi anche una possibile quinta retrocessione dalla B. Solo chi vincerà questo confronto otterrà il quinto posto disponibile nella categoria superiore.

In questo modo la stagione regolare tornerebbe a essere il vero cuore del campionato. I playoff non scomparirebbero. Semplicemente tornerebbero a essere un'eccezione e non il meccanismo principale attraverso il quale si decide chi merita la promozione.

Un'altra riforma riguarda inevitabilmente le iscrizioni. Bilanci solidi. Impianti adeguati. Settori giovanili realmente funzionanti. Governance trasparente. Continuità societaria.

Chi partecipa a un campionato nazionale deve offrire garanzie non soltanto sportive, ma anche organizzative ed economiche. Solo così si potranno ridurre fallimenti, rinunce ed esclusioni che ogni anno danneggiano la credibilità dell'intero sistema.

Ma forse il motivo principale che mi spinge a scrivere queste riflessioni è un altro.

Ho la sensazione che il calcio italiano stia progressivamente mettendo al centro il prodotto e sempre meno le comunità che quel prodotto lo rendono possibile. Eppure il calcio continua a vivere soprattutto nelle città, nelle province, nelle piccole realtà che ogni domenica riempiono gli stadi, mantengono vive tradizioni centenarie e trasmettono una passione che non dipende dalla categoria. Le tifoserie non hanno tutte lo stesso bacino economico, ma hanno la stessa dignità. Le società non devono essere costrette a rincorrere modelli finanziariamente insostenibili soltanto per poter rimanere nel professionismo. Credo che una riforma della Serie C dovrebbe partire proprio da qui: riportare al centro il merito, la sostenibilità e il radicamento territoriale.

So bene che ogni riforma presenta vantaggi, criticità e aspetti da approfondire. Quello che vorrei è aprire una discussione seria su un tema che, a mio avviso, riguarda il futuro del calcio italiano e non soltanto il destino di questa o quella società.

Voi cosa ne pensate?

La Serie C dovrebbe continuare a essere organizzata come oggi oppure è arrivato il momento di ripensarne struttura, obiettivi e funzione?

Condividete l'idea di una Serie C semiprofessionistica, di due gironi nazionali e di un sistema che premi maggiormente il merito costruito durante tutta la stagione?

Mi piacerebbe leggere le vostre opinioni, anche se diverse dalle mie. Il confronto, quando è rispettoso e argomentato, è sempre il modo migliore per migliorare un'idea.