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Big Brother Condominiale: la nuova frontiera del reality show (non richiesto)

Inviato da tuxsa il
videosorveglianza

Ci sono momenti in cui la vita supera la fantasia. Ad esempio: vi affacciate sul balcone per prendere una boccata d’aria e vi accorgete che il vostro dirimpettaio ha trasformato il suo terrazzo in un set di Grande Fratello VIP. Non c’è regista, non c’è Montecarlo, ma c’è una telecamera puntata dritta verso di voi. Benvenuti nel futuro distopico dell’Italia condominiale, dove la sorveglianza privata si somma a quella pubblica con la stessa naturalezza con cui i vicini si scambiano pettegolezzi al bar.

Il Garante per la Privacy, tra un provvedimento e l’altro, ha cercato di spiegare che se la telecamera del vicino inquadra il vostro balcone, non è più un fatto privato. L’"eccezione domestica" del GDPR, quella che permette di filmare il proprio giardino senza finire in tribunale, scade nel momento in cui l’obiettivo si allarga a spazi altrui. E no, non serve dimostrare che il vicino vi spia per malizia: basta che vi inquadri.

Peccato che, nella pratica, la maggior parte delle persone o non lo sappia o non abbia voglia di intraprendere la via crucis burocratica per far valere i propri diritti. Perché sì, in teoria si può:

  1. Scrivere una diffida (magari via PEC, per fare le cose in grande stile, come se foste avvocati).
  2. Segnalare il tutto al Garante Privacy (gratis, online, e con la speranza che qualcuno risponda prima che la telecamera vi riprendano mentre invecchiate).
  3. Denunciare per interferenze nella vita privata (art. 615-bis c.p.), se la telecamera sembra più ossessionata da voi che da un episodio di Temptation Island.

Ma nel frattempo? Vi tocca convivere con l’obiettivo puntato addosso, mentre la burocrazia fa il suo corso. Un po’ come aspettare l’autobus: sai che prima o poi arriverà, ma non sai se sarà oggi, domani o nel 2027

Quello che succede tra le mura domestiche è solo la versione in miniatura di ciò che accade nelle città. I Comuni italiani, tra un provvedimento del Garante e l’altro, sembrano aver adottato la filosofia del "primo installo, poi penso (forse)".

Telecamere comunali senza DPIA (la valutazione d’impatto sulla privacy, per gli amici), senza patto con la Prefettura, senza cartelli che spieghino chi vi sta filmando e perché. E no, il problema non è la videosorveglianza in sé: i Comuni possono installare telecamere per la sicurezza, ma devono seguire un iter preciso. Il problema è che, spesso, non lo fanno.

La telecamera nata per monitorare un incrocio finisce per riprendere:

  • Il bar all’angolo (perché non si sa mai se il barista ruba i bicchieri).
  • Il marciapiede (perché chissà, magari qualcuno inciampa).
  • La nonna che porta a spasso il cane (perché anche Fido deve essere sorvegliato).

E il cartello? Ah, quello manca, ovviamente. Perché se c’è una cosa che l’Italia sa fare bene è trasformare un trattamento illegittimo in una tradizione folcloristica.

Questo fenomeno si chiama surveillance creep: la proliferazione silenziosa di telecamere, ciascuna giustificata da una ragione apparentemente valida:

  • "La sicurezza del mio pianerottolo!" (perché i ladri sono sempre in agguato, anche al terzo piano senza scale antincendio).
  • "I ladri in via Roma!" (perché, si sa, i ladri non rubano mai altrove).
  • "Per i miei figli!" (perché i figli vanno protetti, anche se hanno 40 anni e vivono a Milano).

Ma il risultato è un tessuto urbano sempre più sorvegliato, senza che nessuno abbia mai deciso, in modo consapevole, che fosse questo il livello di controllo che volevamo. Un po’ come ordinare una pizza e ritrovarsi con un menu degustazione di 12 portate.

La differenza tra telecamere pubbliche e private? Poca. Un Comune, in teoria, deve seguire un percorso normativo. Un privato, invece, può comprare una telecamera su Amazon in 10 minuti, installarla senza leggere le istruzioni (figuriamoci il GDPR), e partire avvantaggiato: il dispositivo è già lì, sta già registrando. Chi ne è vittima, invece, deve scoprirlo, documentarlo, segnalarlo, e sperare che qualcuno gli dia ragione.

Se non volete finire in un episodio di Big Brother Condominiale, ecco qualche consiglio pratico e ironico:

  • Informatevi: se una telecamera vi inquadra, non è un fastidio da sopportare in silenzio. È una violazione, non un complimento.
  • Documentate tutto: fotografate l’inquadratura, salvate le prove. Perché, come in ogni buona serie TV, senza prove non c’è reato, solo pettegolezzi.
  • Usate gli strumenti che avete: diffida, segnalazione al Garante, denuncia. Sì, i tempi sono biblici, ma ogni segnalazione è un mattone in più per costruire una coscienza collettiva (o almeno per far sentire in colpa il vicino).
  • Controllate i Comuni: se vedete una nuova telecamera in giro, chiedete se c’è un patto per la sicurezza urbana, se è stata fatta la DPIA, se i cartelli ci sono. In teoria, queste informazioni dovrebbero essere accessibili. In pratica, preparatevi a una caccia al tesoro senza mappa.

Alla fine, il problema non è la tecnologia in sé, ma il fatto che avanza più veloce della nostra capacità di governarla. La buona notizia? Gli strumenti giuridici ci sono. La cattiva? Che, come al solito, tocca al singolo cittadino attivarli. Un balcone alla volta, una telecamera alla volta, una denuncia alla volta.

E se tutto fallisce? Beh, potete sempre comprare una parrucca e un paio di occhiali da sole. Dopotutto, anche gli attori del Grande Fratello hanno i loro trucchi.