Il proverbio che non fallisce mai: "Un asino lo puoi anche vestire da cavallo di razza, ma prima o poi raglia."
E il raglio, in questo caso, è assordante.
La polemica su Più libri più liberi, la fiera editoriale che si terrà dal 4 all’8 dicembre alla Nuvola dell’Eur a Roma, ha scoperchiato un vaso di Pandora che va ben oltre le pagine dei libri. Al centro della bufera c’è la richiesta, avanzata dall’Associazione italiana editori, di far sottoscrivere agli espositori una dichiarazione di antifascismo.
Per la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, non si tratta altro che di un "patentino antifascista", una forma di censura mascherata da lotta ideologica. E, come al solito, il generale Roberto Vannacci annuisce, complice di una narrazione che confonde antifascismo con dogmatismo di sinistra.
Meloni, nei suoi post, grida alla cancellazione delle idee non di sinistra, come se l’antifascismo fosse un’invenzione partigiana. Ma la realtà è ben diversa:
L’antifascismo è un valore costituzionale, non un’ideologia.
La Resistenza che ha liberato l’Italia dal fascismo era composta da liberali, anarchici, cattolici, repubblicani, socialisti, comunisti, monarchici. Non solo dalla sinistra.
Il fascismo è stato un’aberrazione per questo Paese, e rinnegarlo non è un’opzione, ma un dovere civile.
Eppure, la premier sembra preferire l’ambiguità: non ha mai rinnegato davvero il passato fascista, se non a parole, e ora si erge a paladina della libertà di pensiero per difendere spazi a case editrici che, come Passaggio al Bosco, esaltano figure e valori nazifascisti e antisemiti.
Innocenzo Cipolletta, presidente dell’Associazione italiana editori, ha chiarito senza giri di parole:
"Il richiamo all’antifascismo esplicita semplicemente il fondamento costituzionale della nostra democrazia."
Ma per Meloni, tutto questo è solo una "storiella" alla quale "ormai non crede più nessuno". Peccato che la storia, quella vera, insegni il contrario.
La domanda, allora, è semplice: si può davvero parlare di censura quando si chiede di rispettare i valori su cui si basa la nostra Costituzione?
Oppure, il vero problema è che qualcuno, vestito da cavallo di razza, continua a ragliare?
La libertà non è un alibi
La libertà di pensiero non può essere la scusa per normalizzare l’innormalizzabile.
Il fascismo non è un’opinione. È una ferita.
L’antifascismo non è un’ideologia. È un presupposto per qualsiasi società che voglia definirsi civile.
Se qualcuno, oggi, cerca di confondere le carte, di far passare la difesa dei valori democratici per censura, forse è il caso di chiedersi: a chi conviene questo gioco?
La polemica su Più libri più liberi non è solo una questione editoriale. È un sintomo di un Paese che, ancora una volta, si trova a dover scegliere tra democrazia e ambiguità.
E il raglio, alla fine, si sente sempre.