Salta al contenuto principale

Salerno tra identità smarrita, speculazione e paura dell’altro

Inviato da enzo de simone il
Salerno

Nel dibattito politico che accompagna questa campagna elettorale salernitana non potevano mancare i richiami alla “perdita di identità” della città. Ancora una volta, nel mirino finiscono gli immigrati, le attività commerciali gestite da stranieri, la trasformazione sociale del centro storico. Si alimenta così l’idea che il declino urbano, il disordine, la crisi del commercio tradizionale e perfino la perdita dell’anima cittadina siano responsabilità di chi è arrivato da fuori.

È una narrazione semplice, immediata, emotivamente efficace. Ma è anche una narrazione profondamente falsa.

La verità è che Salerno paga oggi il prezzo di decenni di assenza di visione politica e urbanistica. Una città amministrata con grande continuità, ma incapace di costruire un progetto autentico di sviluppo sociale, culturale ed economico. Si è preferito puntare sull’effimero, sull’immagine, sulla rendita e sulla speculazione piuttosto che su una crescita equilibrata e duratura.

È troppo comodo attribuire agli “altri” la responsabilità di problemi che nascono invece da precise scelte politiche. Le stesse scelte che non hanno fatto nulla per trattenere i residenti nel centro storico e nei quartieri popolari. Le stesse scelte che hanno lasciato morire botteghe artigiane, attività storiche, luoghi di socialità e pezzi fondamentali della memoria collettiva cittadina.

Per anni è stato implicitamente promosso un modello basato sulla rendita immobiliare e sull’idea dell’“arricchitevi”, che ha favorito pochi soggetti ma ha impoverito il tessuto urbano e umano della città. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un centro storico svuotato dai residenti, sempre più trasformato in spazio commerciale o turistico, e quartieri periferici ridotti a dormitori privi di servizi, aggregazione e identità.

Anche il turismo è stato gestito secondo una logica superficiale. Eventi come le Luci d’Artista sono diventati il simbolo di una città che punta sull’impatto mediatico e sui grandi numeri, ma senza costruire un reale sviluppo locale. Gran parte della progettazione, della produzione e persino della realizzazione materiale dell’evento è stata affidata a realtà esterne al territorio salernitano. Nel frattempo, il cosiddetto turismo “di scalo” genera soltanto brevi picchi di overtourism che congestionano la città senza produrre benefici strutturali né miglioramenti dei servizi per chi a Salerno vive tutto l’anno.

Lo stesso meccanismo di comunicazione e confusione ha accompagnato per anni il Crescent. Ancora oggi molti cittadini faticano a distinguere tra l’opera pubblica della piazza e l’intervento privato e speculativo rappresentato dal Crescent stesso. Un equivoco che non nasce casualmente, ma che è stato alimentato con grande abilità politica e comunicativa.

Oggi molti programmi elettorali parlano di “recupero identitario”. Ma troppo spesso questo concetto viene declinato esclusivamente in termini securitari o, peggio, attraverso messaggi che sfiorano apertamente il razzismo. Si continua a parlare di controllo, degrado, ordine pubblico, senza affrontare il vero nodo della questione: l’integrazione.

Accogliere è necessario, soprattutto nelle fasi emergenziali. Ma una città non può vivere eternamente in una logica emergenziale, fatta da chi aiuta e chi riceve aiuto. Serve invece una politica di integrazione reale, capace di costruire comunità, relazioni, partecipazione e diritti condivisi. Una politica che riconosca le trasformazioni sociali in atto e che sappia governarle invece di usarle come strumento di propaganda.

Salerno avrebbe bisogno di altro: di case accessibili per chi lavora, di servizi di quartiere, di spazi culturali e aggregativi, di una tutela concreta del commercio storico e dell’artigianato, di politiche urbane che riportino residenti nei centri storici e qualità della vita nelle periferie. Avrebbe bisogno di fermare la continua costruzione di alloggi destinati a pochi privilegiati mentre lavoratori, giovani e famiglie sono costretti a trasferirsi nei comuni vicini.

Soprattutto, Salerno avrebbe bisogno di una nuova idea di città. Perché il problema non sono gli stranieri, né le trasformazioni sociali inevitabili in ogni comunità viva. Il problema è chi, per decenni, ha amministrato senza costruire futuro, lasciando una città più fragile, più diseguale e più povera di identità autentica.

E oggi non può fingere di non esserne responsabile.