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Salerno e il prezzo dell’“uomo solo al comando”

Inviato da enzo de simone il
calci nel sedere

C’è un danno profondo che le comunità pagano quando scelgono di affidarsi per troppo tempo all’“uomo solo al comando”. Un danno che spesso non si vede immediatamente, perché viene nascosto dalla propaganda, dalla personalizzazione del potere e da una narrazione continua costruita attorno alla figura del leader. Ma che emerge con violenza nel lungo periodo: la distruzione della politica come progetto collettivo.

Quando una città smette di costruire idee, classe dirigente, partecipazione e visione strategica per identificarsi completamente con una sola persona, il risultato inevitabile è un deserto politico e culturale. Tutto ruota attorno al capo: decisioni, consenso, comunicazione, fedeltà, persino il linguaggio pubblico. E quando questo accade, la comunità smette lentamente di pensarsi come comunità.

È una costante storica. Accade ovunque il potere diventi personale e non più politico. Accade quando il consenso si alimenta più sulla figura carismatica che sulla qualità dei risultati. Accade quando la propaganda sostituisce il confronto democratico. Eppure le masse continuano ciclicamente a cadere nello stesso errore: confondere l’autorità con la capacità di costruire futuro.

Il vero danno non è soltanto ciò che avviene durante il lungo dominio politico di una persona, ma soprattutto ciò che resta dopo.

Perché un sistema costruito sull’uomo solo al comando produce inevitabilmente:

  • assenza di classe dirigente;

  • dipendenza totale dal leader;

  • blocco delle autonomie;

  • impoverimento del dibattito pubblico;

  • fedeltà personali al posto delle competenze;

  • gestione clientelare del consenso;

  • paura del dissenso interno.

Chiunque possa crescere autonomamente viene neutralizzato, marginalizzato oppure assorbito. Nessuno deve diventare realmente indipendente, perché l’autonomia è percepita come una minaccia al potere centrale.

Il risultato è che interi settori della vita pubblica smettono di funzionare come organismi vitali e diventano semplici articolazioni della volontà politica dominante.

E quando il leader scompare - politicamente o biologicamente - il territorio resta senza idee, senza prospettiva e senza persone capaci di governare davvero. Si crea così un ritardo storico che può durare decenni.

Salerno: una città bloccata nella propaganda

A Salerno questo fenomeno appare ancora più evidente perché al blocco politico si accompagna un altro elemento decisivo: il controllo della narrazione pubblica.

La città raccontata quotidianamente non coincide più con la città reale.

Esiste una Salerno mediatica fatta di slogan, inaugurazioni, rendering, annunci e autocelebrazione continua. E poi esiste la Salerno concreta, vissuta ogni giorno dai cittadini, fatta di servizi ridotti, manutenzione assente, spazi degradati e progressiva perdita di identità.

La distanza tra propaganda e realtà è ormai enorme.

Il caso del Lungomare è emblematico.

Dopo oltre trent’anni di potere politico, il Lungomare di Salerno appare oggi in condizioni peggiori rispetto a quando Vincenzo De Luca divenne sindaco per la prima volta.

I binari sono ancora lì.
Piazza Cavour continua a essere sostanzialmente irrisolta e inutilizzabile.
La cosiddetta pista ciclabile versa in condizioni pessime.
La manutenzione ordinaria è insufficiente.
I servizi sono degradati.

Eppure il Lungomare continua a essere raccontato come il simbolo della “trasformazione” cittadina.

Questo scarto tra narrazione e realtà è forse uno degli elementi più preoccupanti della Salerno contemporanea: il cittadino viene continuamente spinto a guardare l’immagine invece della sostanza.

Un altro segnale evidente del declino riguarda la progressiva desertificazione dei servizi territoriali.

Negli anni si sono ridotte le sedi periferiche del Comune.
Sono diminuiti gli spazi di aggregazione.
I quartieri hanno perso centralità.
La politica territoriale praticamente non esiste più.

Una città senza quartieri vivi è una città che perde il proprio tessuto sociale.

Le periferie non vengono pensate come comunità ma semplicemente come aree amministrative da gestire. Senza servizi, senza cultura, senza luoghi pubblici realmente vissuti, cresce inevitabilmente il senso di abbandono.

E quando manca una visione politica, tutto si riduce all’evento temporaneo, all’inaugurazione, alla comunicazione spettacolare.

Il fiume Irno e il fallimento della manutenzione

Il fiume Irno rappresenta plasticamente il fallimento della manutenzione urbana.

Le sponde sono invase dalla vegetazione spontanea.
La presenza di topi e parassiti è sotto gli occhi di tutti.
Persino alberi spontanei di fichi crescono indisturbati per mesi.

Ed è proprio questo dettaglio a raccontare meglio di mille parole l’assenza di cura ordinaria.

Una città non si governa attraverso gli slogan.
Si governa con la manutenzione quotidiana, con la programmazione, con la capacità amministrativa diffusa.

La grande opera annunciata serve a poco quando manca la gestione ordinaria del territorio.

Le partecipate come strumenti di consenso

Altro nodo centrale è quello delle società partecipate.

In molte realtà italiane le partecipate finiscono per diventare strumenti di costruzione del consenso politico più che organismi efficienti al servizio dei cittadini.

E a pagare il prezzo più alto sono soprattutto i giovani.

Perché chi non accetta la logica della fedeltà politica, chi non vuole sottostare a sistemi di dipendenza o ricatto, spesso è costretto a cercare altrove opportunità lavorative e prospettive di vita.

Così la città perde energie, competenze e futuro.

La conseguenza è devastante:

  • i giovani migliori emigrano;

  • il sistema si chiude sempre di più;

  • il consenso si cristallizza;

  • il territorio invecchia culturalmente ed economicamente.

La città-vetrina senza identità

Negli anni Salerno ha continuamente inseguito modelli esterni.

Prima “come Barcellona”.
Ora addirittura “come Montecarlo”.

Ma una città senza identità non diventa moderna: diventa caricatura.

Il problema non è avere ambizione.
Il problema è copiare modelli senza costruire una propria visione fondata sulla storia, sulla cultura e sulle caratteristiche del territorio.

Anche il turismo appare sempre più fragile e superficiale.

Le “Luci d’Artista” sono diventate il simbolo perfetto di questa impostazione:

  • progettate fuori Salerno;

  • prodotte fuori Salerno;

  • montate spesso da aziende esterne;

  • concentrate sull’effetto scenografico più che sulla crescita culturale del territorio.

Nel frattempo il patrimonio storico cittadino resta poco valorizzato.
La storia di Salerno non viene realmente raccontata.
I crocieristi sbarcano, passeggiano disorientati per qualche ora e ripartono.

È un turismo di passaggio, non una costruzione culturale duratura.

Il mito dello “Sceriffo”

Alla fine, ciò che continua a sostenere questo sistema è soprattutto una narrazione emotiva: quella dello “Sceriffo”.

L’idea dell’uomo forte che urla contro i “cafoni”, che sbraita, che si presenta come unico argine contro il caos.

Ma una città non cambia grazie agli insulti.
Non cresce grazie alle invettive.
Non costruisce futuro attraverso il culto della personalità.

La politica dovrebbe creare cittadini più consapevoli e autonomi, non sudditi affascinati dall’autorità.

E invece il rischio è che il carattere sostituisca completamente il progetto politico.

Per questo le prossime elezioni comunali non rappresentano semplicemente la scelta di un’amministrazione per i prossimi cinque anni.

Rappresentano qualcosa di molto più profondo.

Saranno il momento in cui Salerno dovrà decidere se:

  • continuare a vivere di propaganda e personalizzazione del potere;

  • oppure tornare a costruire una vera comunità politica.

La scelta sarà tra:

  • una città bloccata nella gestione dell’esistente;

  • oppure una città capace di immaginare i prossimi trent’anni.

Tra una politica fondata sulla dipendenza personale e una politica costruita sulla partecipazione reale.

Tra il consenso passivo e la cittadinanza attiva.

Perché il vero tema non è più Vincenzo De Luca.
Il vero tema è capire se Salerno vuole finalmente tornare a essere una città viva, autonoma, critica e capace di futuro.