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Giustizia a doppio binario? Il caso Delmastro - Cospito e la crisi della credibilità istituzionale

Inviato da tuxsa il
no 41 bis

Negli ultimi mesi, il dibattito pubblico italiano è stato attraversato da due vicende profondamente diverse ma inquietantemente intrecciate: il caso che coinvolge Andrea Delmastro Delle Vedove e quello dell’anarchico Alfredo Cospito. Due storie che, lette insieme, sollevano interrogativi scomodi sul funzionamento dello Stato di diritto e sull’effettiva uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.

La vicenda Delmastro nasce dalla divulgazione in Parlamento di informazioni relative a detenuti sottoposti al regime del 41-bis, tra cui lo stesso Cospito. Il punto centrale della controversia è se tali informazioni fossero o meno coperte da segreto o comunque da riservatezza istituzionale.

La difesa politica ha sostenuto che “non vi era certezza sulla segretezza” degli atti. Tuttavia, è evidente e diversi osservatori e giuristi super-partes hanno evidenziato come la normativa sul trattamento dei dati penitenziari e sulla sicurezza nazionale sia tutt’altro che ambigua, imponendo vincoli stringenti sulla diffusione di informazioni sensibili, specie quando riguardano detenuti sottoposti a regimi speciali.

Qui si apre una frattura: se le norme esistono e sono chiare, come possono essere interpretate in modo così elastico quando a essere coinvolto è un rappresentante delle istituzioni? È solo una questione giuridica o emerge un problema più profondo di responsabilità politica?

Sul versante opposto troviamo Alfredo Cospito, detenuto anarchico condannato per attentati, da provare ed in ogni caso senza vittime e mai contro le persone, ma comunque qualificati come gravi reati contro la sicurezza dello Stato. A suo carico è stato applicato il regime del 41-bis, uno strumento pensato storicamente per contrastare le organizzazioni mafiose.

Il 41-bis comporta isolamento, limitazioni drastiche nei contatti con l’esterno e una compressione significativa dei diritti individuali. La sua applicazione a Cospito ha sollevato critiche da parte di giuristi, associazioni per i diritti umani e osservatori internazionali, che si interrogano sulla proporzionalità della misura rispetto ai fatti contestati.

Il punto non è negare la gravità dei reati, ma chiedersi se l’uso di uno strumento eccezionale sia coerente con i principi costituzionali e con la funzione rieducativa della pena sancita dall’articolo 27 della Costituzione italiana.

Mettendo in parallelo le due vicende, fatto gravissimo in una società civile e che si definisce democratica, emerge una percezione diffusa, difficile da ignorare: quella di una giustizia a doppio binario.

Da un lato, un esponente dello Stato che beneficia di interpretazioni favorevoli e margini di ambiguità normativa. Dall’altro, un detenuto sottoposto al massimo livello di rigidità previsto dall’ordinamento penitenziario.

È una percezione, certo. Ma le percezioni, quando diventano diffuse, incidono profondamente sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

Al di là degli esiti giudiziari - che spettano ai tribunali - la questione è eminentemente politica e culturale. Uno Stato di diritto si regge non solo sulle leggi, ma sulla loro applicazione coerente e imparziale.

Quando questa coerenza viene meno, o appare tale, si apre una crepa pericolosa: quella tra cittadini e istituzioni.

Non serve gridare allo scandalo per riconoscere che queste vicende pongono un problema serio. La credibilità dello Stato non si difende minimizzando o polarizzando, ma garantendo che le regole valgano davvero per tutti, senza eccezioni percepite.

Perché è proprio nei casi più controversi che si misura la tenuta di una democrazia.