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Dalla Cittadinanza alla Sudditanza: Perché il "Voto" oggi è una finzione democratica

Inviato da tuxsa il
manifesto elettorale

Non è più una questione di astensionismo o di dovere civico. Il problema è molto più profondo e inquietante: ci siamo assuefatti a una democrazia truccata. Siamo scivolati, quasi senza accorgercene, in un sistema "asso piglia tutto" dove il voto non è più uno strumento di scelta, ma un timbro di legalità apposto su decisioni già prese altrove.

In questi decenni abbiamo assistito al sistematico smantellamento del dibattito pubblico. La forza dell'esecutivo è diventata il dogma assoluto, trasformando le assemblee elettive in simulacri:

  • Le Province: Organi fantasma eletti tra nominati, un paradosso istituzionale unico.

  • I Consigli Comunali: Ridotti a uffici di ratifica, dove la discussione è un fastidioso proforma prima dell'alzata di mano comandata.

  • La partecipazione diretta: Norme mai attuate o svuotate di senso, nate per coinvolgere e usate per escludere.

Parallelamente, abbiamo assistito al depotenziamento degli organi di controllo. L'eliminazione di reati come l’abuso d’ufficio non è una semplificazione burocratica, ma un segnale preciso: chi vince non solo gestisce, ma diventa immune.

La democrazia si trasforma così in una lotta tra lobby e centri di potere, dove il cittadino è solo lo spettatore pagante. Ci chiamano alle urne per legittimare la nostra stessa esclusione. Esiste un termine storico per questo: sudditanza. Ma con un’aggravante rispetto al passato: oggi ci viene chiesto di essere complici attivi della distruzione della nostra cittadinanza.

Le prossime elezioni comunali a Salerno rischiano di essere l'abisso di questa deriva. Vediamo una scena grottesca:

  1. I Voltagabbana: Candidati che per anni hanno occupato gli scanni consiliari, banchettando alla mensa del potere, e che oggi ritroviamo distribuiti tra "pro" e "contro", con la stessa disinvoltura con cui si cambia un abito.

  2. La finta verginità: Una nomenclatura vecchia, non solo anagraficamente, che si compatta attorno a un presunto "nuovo che avanza". È l'immagine di una vecchia battona che, dopo trent'anni di marciapiede, pretende di dichiararsi vergine al primo cliente utile.

  3. Il peccato dei "nuovi": Persone singolarmente credibili che però hanno peccato di coraggio, imbarcando nelle proprie liste i soliti nomi, i compartecipi del disastro salernitano, solo per la cinica e miope "conta dei voti".

Mentre la città si riempie di "comitati elettorali" pronti a chiudere il giorno dopo il voto, mancano disperatamente sedi stabili di confronto. Abbiamo sostituito i partiti e i luoghi del pensiero con l’effimero del marketing elettorale.

Queste sedi sono come pioggia nel deserto: fanno rifiorire una parvenza di vita politica per poche settimane, per poi lasciare spazio alla siccità della partecipazione per i successivi cinque anni.

Votare in questo contesto non ha senso se il voto serve solo a perpetuare il sistema. La vera sfida non è scegliere un nome sulla scheda, ma rifiutare questo schema.

Non abbiamo bisogno di una "democrazia scimmiottata" che si ricorda di noi solo ogni lustro. Abbiamo bisogno di un progetto politico duraturo, permanente e fuori dai circuiti del potere precostituito.

È tempo di smettere di partecipare alla nostra distruzione. È tempo di chiedere, con forza, una rotta diversa. O siamo cittadini, o siamo complici. La sudditanza finisce quando smettiamo di legittimare chi ci vuole fuori dai giochi.