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Il “bavaglio digitale” francese: quando la repressione sostituisce (maldestramente) l’educazione

Inviato da enzo de simone il
vietato

Da oggi, in Francia, ai minori di 15 anni è vietato l'accesso ai social network senza il consenso esplicito dei genitori. La norma, voluta dal governo per "proteggere i minori dai pericoli del digitale", ha acceso un dibattito che travalica i confini nazionali. In molti, giustamente, si chiedono: è questa la strada giusta? È una misura efficace? E, soprattutto, chi sta realmente proteggendo chi?

La mia risposta è chiara e netta: no, non è la strada giusta. È una misura sbagliata perché sceglie la via più semplice (il divieto) invece di percorrere quella più complessa e necessaria (l’educazione). È inutile perché, nel mondo di oggi, qualunque divieto tecnologico è superabile con un clic. Ma, soprattutto, è una pericolosa deriva: lo Stato che sceglie la repressione al posto della formazione abdica al suo dovere più importante, quello di creare cittadini consapevoli e responsabili.

Il cuore del problema non è il social network in sé, ma il rapporto che l'utente (sia esso minore o adulto) instaura con esso. Una legge che vieta l'accesso ai minori di 15 anni si basa su un presupposto culturale arcaico: che il pericolo sia "nella cosa" e non "nel modo in cui la si usa".

È come vietare l'insegnamento della guida a scuola perché gli studenti potrebbero fare incidenti, invece di insegnare loro il codice della strada e la responsabilità al volante si vieta di insegnare. È assurdo.

La formazione alla cittadinanza digitale non può e non deve essere un optional. Deve essere materia curriculare obbligatoria, dalle elementari alle superiori. Non parlo solo di sicurezza informatica (password, privacy, cyberbullismo), ma, tanto per fare qualche esempio su temi importantissimi, di:

  • Pensiero critico: Come riconoscere una fonte attendibile? Come smascherare una fake news? Come proteggersi dalla manipolazione degli algoritmi?
  • Gestione delle emozioni: Come gestire la frustrazione di un "like" mancato? Come difendersi dal confronto tossico con vite/persone perfette (e fasulle) online?
  • Economia dell'attenzione: Perché i social sono progettati per essere "droghe digitali"? Come riconoscere i meccanismi di dipendenza e riprendere il controllo del tempo speso online?

Puntare al divieto significa implicitamente ammettere la sconfitta della scuola e della famiglia. "Non siamo in grado di educare, allora mettiamo un lucchetto". È una resa culturale.

E poi c'è il paradosso degli adulti. I ragazzi imparano per imitazione. Chi li educa? Genitori e insegnanti che, spesso, sono i primi a non avere una consapevolezza digitale di base. Quanti adulti sanno distinguere una notizia vera da una bufala? Quanti genitori trascorrono ore a scrollare TikTok mentre dicono ai figli "stai lontano dal telefono"? La legge francese non dice nulla su questo. Non prevede corsi per genitori, non sanziona un uso incauto dei social in presenza dei figli. Si concentra solo sul "sintomo" (il minore) e ignora la "malattia" (l'analfabetismo digitale diffuso, a tutte le età).

Se la repressione fosse efficace, probabilmente non esisterebbero la pirateria, le VPN e i proxy. Chiunque con un minimo di dimestichezza tecnica sa che un divieto su Internet è, nella maggior parte dei casi, una barriera di carta velina.

VPN e proxy: il kit di sopravvivenza del nativo digitale

Un adolescente di 13 o 14 anni con un minimo di curiosità tecnica – e oggi bastano pochi tutorial su YouTube – può scaricare in cinque minuti una VPN gratuita o configurare un proxy sul proprio browser. Il risultato? Il controllo di geolocalizzazione e di età viene bypassato in un istante. Non serve essere un hacker: le app stesse offrono spesso interfacce semplificate. Se poi il ragazzo non ha voglia di farlo da solo, può rivolgersi a un compagno di classe più smaliziato, o a un adulto compiacente (fratello maggiore, cugino, persino un genitore «illuminato» che ritiene la legge assurda).

La complicità degli adulti: il vero tallone d’Achille del divieto

Lo stesso legislatore francese ha previsto che il consenso genitoriale possa essere richiesto, ma chi controllerà che quel consenso non venga dato con un semplice «sì» distratto? Quanti genitori, stanchi di litigare con i figli, firmeranno l’autorizzazione senza pensarci su due volte, magari per avere un attimo di pace? E quanti, invece, consiglieranno attivamente ai propri ragazzi di usare una VPN per «aggirare la stupidità di questa legge»? La legge non può sanzionare l’intero nucleo familiare, e il controllo capillare è impossibile.

Il paradosso della «protezione forzata»

Più si alza un muro, più diventa stimolante scavalcarlo. In psicologia lo chiamano «effetto rebound»: vietare qualcosa di desiderabile aumenta il desiderio di ottenerlo. Un adolescente che fino a ieri usava Instagram con moderazione, oggi potrebbe essere spinto a cercare metodi sempre più sofisticati per violare il divieto, magari esponendosi a rischi maggiori (forum sospetti, software non sicuri, truffe online). Invece di proteggere, il divieto rischia di trasformare l’uso dei social in un gioco al rialzo, dove la posta in gioco è l’astuzia tecnologica e l’adrenalina di farla franca.

La domanda di fondo è: quale modello di Stato vogliamo? Uno Stato che si limita a emanare divieti e multe, oppure uno Stato che investe risorse per costruire competenze e consapevolezza?

La formazione come diritto costituzionale (e dovere inadempiuto)

La Costituzione italiana e quella francese sanciscono il diritto all’istruzione. Oggi l’istruzione non può prescindere dall’educazione digitale. Non si tratta di aggiungere un’ora di «informatica vecchio stampo» (Office, coding), ma di integrare nei programmi di tutte le discipline il pensiero critico applicato al digitale. Un esempio concreto: un insegnante di storia può far analizzare le fonti di un tweet che parla di un evento storico; un insegnante di italiano può far decostruire un post virale per studiarne la retorica; un insegnante di scienze può spiegare l’algoritmo del feed e il meccanismo della dopamina.

La scuola come baluardo (non la polizia postale)

Invece di centralizzare la responsabilità su piattaforme e genitori, lo Stato potrebbe:

  1. Finanziare programmi di alfabetizzazione digitale obbligatori per tutte le classi, dalla primaria alla secondaria, con moduli specifici per ogni fascia d’età.
  2. Formare gli insegnanti – oggi spesso, troppo spesso, impreparati – con corsi di aggiornamento retribuiti e obbligatori.
  3. Creare percorsi per genitori, ad esempio serate informative nelle scuole o piattaforme online con risorse semplici e pratiche (es. «Come gestire il primo smartphone di tuo figlio»).
  4. Premiare le buone pratiche, non solo punire le violazioni. Invece di multare un 14enne che usa TikTok, si potrebbe incoraggiare la creazione di contenuti educativi (video, podcast, blog) sui temi della cittadinanza digitale.

L’esempio finlandese: capovolgere il paradigma

Non serve guardare lontano: la Finlandia ha adottato un approccio radicalmente diverso. Invece di vietare, ha investito massicciamente in formazione, con straordinari risultati in termini di consapevolezza e dipendenza. I bambini finlandesi usano i social, ma lo fanno con un grado di maturità che deriva dall’aver appreso a scuola i meccanismi di funzionamento e i risultati sono ottimi. È più facile vietare, ma è più efficace educare.


La legge francese è un atto di disperazione politica, un modo per dire «stiamo facendo qualcosa» di fronte all’allarme sociale per la salute mentale dei minori. Ma è la risposta sbagliata al problema giusto.

Non serve a nulla chiudere le porte se le finestre sono spalancate. Non serve a nulla mettere un divieto se non si insegna a camminare nel mondo digitale con prudenza e intelligenza. La vera protezione non è un lucchetto, ma una bussola.

Lo Stato, la scuola, le famiglie hanno il dovere – non solo giuridico ma morale – di smetterla di trattare i minori come esseri fragili da rinchiudere in una bolla di proibizioni, e iniziare a considerarli come cittadini in formazione, capaci di imparare, di sbagliare, di crescere. La strada è lunga e difficoltosa, ma è l’unica che porti a una generazione di adulti consapevoli.

Vietare è facile. Educare è rivoluzionario. E la Francia, questa volta, ha scelto la via più pigra.