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OpenUK e la “Linux Foundation” britannica: autonomia digitale o nazionalismo mascherato?

Inviato da enzo de simone il
macroEU

Il Regno Unito è tra i paesi europei più produttivi di software open source e di soluzioni di intelligenza artificiale aperta. OpenUK, l’organizzazione non-profit che rappresenta il settore, ha chiesto con insistenza la creazione di una National Foundation per il software libero: una sorta di Linux Foundation made in UK. L’obiettivo dichiarato è evitare che progetti nati e finanziati in Gran Bretagna finiscano sotto governance americana o internazionale.

Il caso più citato è quello del Model Context Protocol (MCP), creato da due ingegneri di Londra e poi confluito nella Agentic AI Foundation della Linux Foundation. OpenUK sostiene che, se esistesse una fondazione nazionale britannica, MCP sarebbe rimasto “a casa”.

Sono convinto che l’autonomia digitale sia una priorità strategica. Dipendere da infrastrutture, governance e standard controllati da un numero ristretto di attori (spesso americani) è un rischio concreto. Il problema, però, è come si risponde a questa dipendenza.

La proposta di OpenUK, per come è formulata, suona più come una rivendicazione nazionalista che come un progetto di vera autonomia. L’idea di “tenere a casa” i progetti britannici rischia di alimentare una logica di campanilismo tecnologico: ogni paese vuole la propria fondazione, la propria infrastruttura, i propri standard.

Il risultato prevedibile è una frammentazione ancora maggiore. Se il Regno Unito crea la sua National Foundation, perché non dovrebbe farlo la Francia, l’Italia, la Spagna o la Germania? Finiremmo con una miriade di strutture nazionali che, invece di rafforzare l’ecosistema open source, lo indeboliscono attraverso duplicazioni, isolamenti e concorrenza sterile.

La scala giusta non è quella dello Stato-nazione, ma quella di una macroarea europea. Non necessariamente limitata ai soli paesi dell’Unione Europea: dovrebbe includere anche paesi non UE che condividono valori e interessi strategici (Norvegia, Svizzera, Regno Unito compreso, se lo desidera).

Una fondazione o un’infrastruttura di governance europea del software libero avrebbe diversi vantaggi:

  • massa critica sufficiente a contare davvero sulla scena globale;
  • capacità di attrarre e trattenere progetti rilevanti senza chiuderli in confini nazionali;
  • possibilità di coordinare investimenti pubblici e privati su priorità comuni (sovranità digitale, sicurezza, AI aperta, cloud federato);
  • riduzione della frammentazione invece che sua amplificazione.

Modelli come la Sovereign Tech Agency tedesca o le iniziative europee sul software libero e sull’open source program office possono essere punti di partenza, ma vanno scalati a livello continentale.


OpenUK ha ragione a denunciare la perdita di controllo su progetti nati in Europa. Ha torto, però, a proporre una soluzione che rischia di moltiplicare i silos nazionali.

L’autonomia digitale non si costruisce chiudendosi dietro bandiere, ma costruendo istituzioni europee capaci di agire con peso e coerenza. La vera alternativa alla Linux Foundation americana non è una dozzina di fondazioni nazionali. È una infrastruttura europea del software libero che sia aperta, collaborativa e, soprattutto, all’altezza della sfida globale.