La Free Software Foundation Europe (FSFE) ha pubblicato una presa di posizione importante sulla revisione del European Interoperability Framework (EIF), chiedendo che il Software Libero e gli Standard Aperti diventino la scelta predefinita nella progettazione e negli acquisti dei servizi pubblici digitali. Secondo l’organizzazione, la sovranità tecnologica, la trasparenza e la collaborazione tra amministrazioni europee dipendono sempre più da scelte concrete in questa direzione.
La notizia arriva in un contesto in cui i servizi digitali pubblici sono ormai parte essenziale della vita quotidiana: la Commissione Europea stima che circa l’85% dei servizi sia disponibile online per cittadini e imprese. Per la FSFE, proprio questa diffusione rende ancora più urgente garantire controllo, verificabilità e interoperabilità reale, evitando che le infrastrutture pubbliche restino legate a soluzioni proprietarie o a modelli di licenza poco adatti al riuso.
Nel suo documento, la FSFE ribadisce che il Software Libero è una condizione necessaria per la sovranità tecnologica, perché permette di controllare il codice, verificare il funzionamento dei sistemi e riutilizzare le soluzioni tra diverse amministrazioni e paesi. L’organizzazione richiama anche il principio “Public Money? Public Code!”, cioè l’idea che il software sviluppato con fondi pubblici debba essere reso pubblico e riutilizzabile.
La FSFE segnala inoltre alcune criticità già presenti nel quadro attuale, come l’uso di modelli di licenza che possono ostacolare il Software Libero e la distanza, ancora troppo ampia, tra linee guida teoriche e applicazione pratica. Per questo chiede che la revisione dell’EIF non sia solo formale, ma produca criteri più solidi e vincolanti.
Tra le proposte avanzate dalla FSFE ci sono tre punti centrali:
rendere il Software Libero la scelta predefinita per creare, implementare e personalizzare i servizi pubblici digitali;
richiedere Standard Aperti realmente implementabili con Software Libero;
sviluppare linee guida e formazione per gli uffici che gestiscono gli appalti pubblici, così da favorire acquisti corretti e riconoscere pratiche di openwashing.
L’associazione chiede anche nuovi criteri per il marchio “Interoperable Europe solution”, in modo che siano valutati aspetti come la presenza di Software Libero, l’uso corretto degli standard, e un modello di collaborazione orientato al riuso e alla cooperazione tra enti.
Questa posizione non riguarda solo il mondo del software libero in astratto, ma tocca problemi molto concreti: dipendenza dai fornitori, difficoltà di integrazione tra sistemi, scarsa trasparenza e fragilità delle infrastrutture digitali pubbliche. La FSFE sostiene che includere la società civile nella governance dell’interoperabilità sia fondamentale per rendere davvero efficace l’Interoperable Europe Act.
In altre parole, la questione non è soltanto tecnica, ma politica e amministrativa: chi controlla il software controlla anche, in larga parte, il modo in cui i servizi pubblici vengono erogati, aggiornati e condivisi. Per questo il dibattito sull’EIF può avere effetti molto importanti anche per le amministrazioni locali, le università, gli enti culturali e tutte le realtà che dipendono da piattaforme digitali pubbliche.
La proposta della FSFE va letta come un invito chiaro alle istituzioni europee: se la digitalizzazione dei servizi pubblici deve davvero essere interoperabile, trasparente e sostenibile, allora deve poggiare su Software Libero, Standard Aperti e collaborazione tra enti. È una visione coerente con l’idea che il denaro pubblico debba produrre beni digitali condivisibili, e non nuove forme di dipendenza tecnologica.fsfe