Lo scontro in corso tra FIFA e UEFA viene spesso raccontato come una semplice disputa tra due grandi organizzazioni sportive. Chi controllerà le competizioni internazionali? Chi deciderà il calendario? Chi gestirà i diritti televisivi e gli enormi flussi economici che ruotano attorno al calcio professionistico?
Sono domande importanti, ma forse non sono le più importanti.
Da tempo il calcio ha smesso di essere soltanto uno sport. È diventato uno dei più grandi mercati globali dell'intrattenimento, capace di muovere capitali, influenzare strategie economiche e attirare investitori provenienti da tutto il mondo. In questo contesto, ogni scelta organizzativa assume inevitabilmente anche un significato politico.
La proposta della FIFA di ampliare ulteriormente il proprio ruolo nelle competizioni internazionali può certamente essere letta come una strategia di crescita. Sarebbe però riduttivo fermarsi qui. Il punto è chiedersi quale modello di governance stia emergendo.
Ogni volta che il potere decisionale si concentra in organismi sempre più grandi e lontani dai territori, le realtà locali finiscono inevitabilmente per perdere capacità di incidere sulle decisioni che le riguardano. È una dinamica che osserviamo nell'economia, nella politica e, sempre più spesso, anche nello sport.
Le federazioni nazionali, le leghe, i campionati minori, i club radicati nelle proprie comunità e persino i tifosi rischiano di diventare soggetti chiamati semplicemente ad adattarsi a decisioni prese altrove. Non perché qualcuno lo imponga esplicitamente, ma perché la logica della centralizzazione tende progressivamente a ridurre gli spazi di autonomia.
È proprio questo l'aspetto che suscita la mia preoccupazione.
Non si tratta di essere favorevoli alla FIFA o alla UEFA. Né di prendere posizione in una competizione di potere tra due istituzioni che perseguono interessi propri. Il problema è un altro: quale idea di sport vogliamo costruire?
Se il criterio dominante diventa esclusivamente la massimizzazione dei ricavi, ogni altro valore rischia di essere subordinato. Più partite, più competizioni, più diritti televisivi, più sponsor, più audience globale. È una logica perfettamente coerente dal punto di vista economico. Molto meno dal punto di vista sociale.
Il calcio è nato nelle comunità. È cresciuto grazie ai quartieri, alle città, ai campionati nazionali, alle rivalità locali, alle identità collettive. Trasformarlo definitivamente in un prodotto globale significa modificare la sua natura, facendo prevalere la dimensione commerciale su quella culturale e sociale.
Per questo credo che il dibattito non riguardi soltanto il calcio.
Viviamo in un'epoca nella quale assistiamo continuamente alla concentrazione del potere: nell'economia, nella finanza, nella comunicazione, nelle piattaforme digitali e nelle grandi organizzazioni sovranazionali. Ogni volta il meccanismo è simile: le decisioni si allontanano dai territori e vengono accentrate in strutture sempre più grandi, sempre più complesse e sempre meno controllabili dalle comunità interessate.
Lo sport non è immune da questa trasformazione.
La domanda che dovremmo porci è semplice: vogliamo che il calcio segua fino in fondo questa strada oppure riteniamo che debba continuare a rappresentare anche un patrimonio delle comunità che lo hanno costruito?
Naturalmente nessuno propone di fermare l'evoluzione dello sport o di ignorare la dimensione internazionale del calcio moderno. Ma evoluzione non deve necessariamente significare centralizzazione senza limiti.
Le grandi istituzioni sportive possono ancora scegliere quale direzione intraprendere. Possono limitarsi ad assecondare le logiche del mercato globale oppure decidere di preservare spazi di autonomia per le federazioni nazionali, i campionati locali e le comunità che rappresentano il cuore autentico del calcio.
È per questo che considero il confronto tra FIFA e UEFA qualcosa di più di una disputa sportiva. È uno dei tanti segnali di una questione che riguarda tutti noi: fino a che punto siamo disposti ad accettare che il potere si concentri sempre più lontano dai luoghi in cui viviamo?
Perché quando una comunità perde la possibilità di incidere sulle decisioni che la riguardano, non è soltanto il calcio a cambiare. Cambia anche il modo in cui intendiamo la democrazia, l'autonomia dei territori e il valore delle istituzioni locali.